Tramezzini, bombe carta e martelli

1 Febbraio 2026

[Roberto Loddo]

Ho seguito la manifestazione di Torino tra dirette video, analisi, riflessioni e condanne. E due cose mi hanno colpito. La prima, durante la partenza del corteo, è un ragazzo che mangiava un tramezzino, lo gustava sulle note di Manifesto dei Bandabardò sopra il camioncino del sound system da cui intervenivano le varie realtà politiche.

Aveva il sorriso di chi è convinto di fare qualcosa di stupendo, importante e necessario per cambiare il mondo a partire dal suo quartiere e dalla sua scuola. Un cambiamento per lui e gli altri che passa dalla critica alla repressione e dalla difesa degli spazi sociali autorganizzati, talvolta, luoghi che producono bene comune ed accolgono gli emarginati e gli esclusi dalla nostra società.

La seconda cosa che mi ha colpito è la dichiarazione del ministro della difesa Crosetto che, parlando di come sconfiggere la minoranza violenta degli incappucciati, ha evocato il ritorno di vecchie ricette contro le Brigate Rosse, che di fatto prevedano la possibilità della sospensione dello stato di diritto e delle garanzie costituzionali. Inconsapevolmente, senza saperlo, ha citato un noto e coraggioso editoriale di Rossana Rossanda parlando dell’atteggiamento della sinistra con i “compagni che sbagliano”.

Editoriale magistrale, più attuale oggi rispetto al marzo del 1978, che bisognerebbe leggere alle nuove generazioni di militanti della sinistra radicale e antagonista perché pone l’accento sulle nostre difficoltà, le nostre difficoltà a fare i conti con il passato e le nostre difficoltà a comprendere la matrice politica e culturale della violenza. Dopo quarant’anni Rossana Rossanda ci spiega in maniera chiara e perfetta che se la sinistra viene percepita come destra, nasce un vuoto. Un vuoto che a fine anni ’70 venne riempito dalle P38.

Chi conosce la storia della violenza politica, sa bene che le Brigate Rosse non sono state sconfitte con le strategie extragiudiziali che propone il ministro Crosetto, perché quelle strategie servivano esattamente a produrre l’effetto opposto, generare una guerra civile simulata tra lo stato e l’operaismo armato, che, come ricorda Luigi Manconi nel suo libro “Terroristi italiani”, reclutava i suoi membri nelle aree del lavoro precario e sommerso, negli spazi periferici del mercato e della politica. L’unica funzione di quella guerra civile era consolidare e spostare ancora più a destra il consenso per un partito stato diviso in bande e sempre più in crisi di identità.

Il nostro compito, il compito di chi ha una buona memoria e non vuole ripetere gli errori del ‘900, è fare chiarezza su come vogliamo fare per fare la rivoluzione. La rivoluzione passa per costruire la consapevolezza di aver abitato un mondo sbagliato, un mondo che non metteva al centro le persone ma solo i mercati e la finanza.

La rivoluzione non passa per la militarizzazione dei cortei con i caschi e i martelli, per gli assalti vigliacchi e muscolari a volto coperto e il lancio di sassi, bombe carta e bottiglie a polizia e a giornaliste e giornalisti della stampa libera. Quella non è rivoluzione, non è “contropotere” e nemmeno “insurrezione della moltitudine”, è solo costruzione di una banale ed inutile estetica della lotta, utile solo a chi ci vuole togliere diritti sociali e civili e alle frange più estreme ed autoritarie che non vedono l’ora di emergere da qualche stanza del ministero dell’Interno. Noi dobbiamo essere radicalmente antagonisti a quelle frange. Non la loro manna che scende dal cielo. Non di nuovo.

Non si difende Vanchiglia trasformando Torino nell’arena degli Hunger Games. Ha ragione il deputato torinese (con origini familiari sarde) Marco Grimaldi, la destra cerca sempre un nemico pubblico: “invece bisogna spiegare ai ragazzi che il vero nemico numero uno è l’ineluttabile, è pensare che tanto non cambierà mai niente, che la politica non serve a niente. Portiamo i nostri ragazzi a votare, e vedrete se non cambierà”. Nell’intervista su Repubblica il deputato di AVS propone di fare tutti un passo indietro e abbandonare la narrazione tossica e violenta del centro sociale come spazio di eversione e di ridiscutere e riproporre il patto di collaborazione tra il Comune di Torino e il centro sociale Askatasuna.

È una buona proposta. Abbandoniamo percorsi autodistruttivi e non facciamoci ingabbiare da chi vuole sfruttare la violenza di pochi depensanti per cancellare i diritti di tutti e tutte. Askatasuna vuol dire libertà? Mettiamolo in pratica.

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