Una costituente non dichiarata, la destra riscrive la Repubblica
25 Gennaio 2026
[Gaetano Azzariti]
Guardando alle iniziative di “riforma” in campo – premierato, autonomia, separazione dell’ordine giudiziario, legislazione securitaria – ciò che certamente non può affermarsi è che si tratta solo di un tentativo isolato, più o meno eversivo, di una destra al governo.
Intanto perché basta alzare lo sguardo per osservare come appena fuori dai nostri confini sia evidente la fine degli equilibri planetari e dei principi di diritto internazionale stabiliti al termine della Seconda guerra mondiale. Trump, Putin, Netanyahu, i vari criminali al governo nel mondo non sembrano proprio un incidente della storia, ma non sembrano neppure ancora i padroni del mondo, semmai i protagonisti del caos che domina il mondo. Ed è entro questa incertezza planetaria che si colloca il caso italiano.
Non siamo in una fase di ordinaria amministrazione, né di fronte ad un improvviso scoppio di un fuoco fatuo, intanto perché le proposte oggi formulate – anche le più radicali – sono il frutto di sommovimenti tellurici assai risalenti, che hanno origine ben prima dell’insediamento di quest’ultimo governo. È da tempo, infatti, che si assiste all’affannosa ricerca di un nuovo principio, che si tenta di affermare, con rotture costituzionali, ma che, a ben vedere, procede da tempo lungo un doppio binario: quello – spesso sconfitto – delle riforme testuali e quello – incontenibile – che punta ad imporsi mediante l’uso distorto del potere del fatto (modifiche non scritte, atti inusuali, rotture di prassi). In ogni caso con modalità non previste dall’ordinamento vigente e tendenzialmente contra constitutionem, non foss’altro perché la Costituzione non può mai legittimare la propria dissoluzione.
Sul piano pratico, si pensi ai cambiamenti – forse alle degenerazioni – della nostra forma di governo avvenute per la gran parte senza bisogno di modifiche formali, ma solo in via di prassi, secondo un’allegra e sovversiva interpretazione della nozione di costituzione in senso materiale, che tutto giustifica e legittima. Sul piano teorico, si pensi alla lezione romaniana dell’instaurazione di fatto di un nuovo ordinamento costituzionale e la sua legittimazione. Non c’è una linea di confine netta, sono i fatti che si trasformano prima in diritto e poi, l’insieme delle nuove norme, in ordinamento, ovvero in istituzione, potremmo dire in un nuovo regime.
Credo oggi ci si possa legittimamente chiedere se ci si trovi di fronte al riemergere di un nuovo potere costituente. Può darsi. Ma con un’avvertenza decisiva: esso si sta affermando in uno spazio temporale lungo. Ciò determina che non ci si avveda del suo dispiegarsi. Siamo in presenza di una rottura “rivoluzionaria” che opera però senza alcuna apparente soluzione di continuità. Ma, nondimeno, avendo in sé la forza “eversiva” – propria del potere costituente – di erodere in modo graduale i connotati più propri del costituzionalismo vigente. Inoltre, a me sembra decisivo un altro fatto che vale a caratterizzare questo nuovo potere costituente dilatato: esso appare come un cavaliere inesistente. Risulta cioè privo di un soggetto rivoluzionario che lo impone. Non è l’espressione di moltitudini ribelli, o di un popolo determinato, all’orizzonte non c’è la Bastiglia da assaltare, né l’indipendenza da conquistare, né un re da cacciare. Tutto appare solo il frutto di un cambiamento promosso dall’alto, peraltro prodotto senza una strategia unitaria. Come direbbe Gramsci, espressione di una classe dominate e non più dirigente.
In una simile situazione di indeterminatezza dei confini tra ciò che è e ciò che deve essere, tra ciò che è fatto e ciò che è norma, diventa necessario guardare dentro l’abisso infinito e insondabile dove sorgono le forme nuove ma mai cristallizzate del potere costituente (per riprendere l’immagine allegorica e terribile di Carl Schmitt). Il tutto complicato dalla circostanza che, come s’è detto, il lungo interregno sembra rendere “infinito e insondabile” anche il rapporto tra costituente e costituito. Senza poter qui affrontare la questione in via di principio, mi limito, per concludere, a indicare un solo aspetto, che ci riguarda direttamente e che credo sia determinante. Almeno per chi vuole preservare il valore normativo della nostra costituzione democratica, pluralista e conflittuale, avversando l’ordine autoritario che incalza. Insomma, per chi voglia sostenere lo stato di diritto secondo i caratteri che abbiamo inizialmente ricordato.
Nelle fasi di transizione convulse, tanto più se prolungate, io credo che un ruolo particolare spetti agli intellettuali non di regime (per parafrasare ancora Antonio Gramsci), che hanno il compito ingrato di indicare le strade. Non di percorrerle, ma di individuarle, studiarle, spiegarle. Perché il “senso comune” – quell’insieme di credenza confuse – si trasformi in “buon senso” – quell’aspirazione di coerenza e razionalità che è alla base di un ordine nuovo. Dovremmo dunque essere consapevoli che nelle faglie del mutamento in corso, confuso e dominato da spiriti selvaggi, il ruolo del pensiero critico si espande. È in questo contesto ambiguo che – io credo – assume un particolare rilievo la lotta per il diritto, che si modella o come lotta per la difesa e l’attuazione della costituzione democratica, ovvero, al contrario, per il suo superamento, la rottura da tempo ricercata dell’assetto dello Stato costituzionale moderno.
La partita è in corso. Noi – pur consapevoli della profondità della crisi che stiamo attraversando, ma convinti fautori di uno “stato-di-diritto-costituzionale-aperto” – possiamo concludere, nonostante tutto, con un moto di speranza e di forza. Può consolare chi lotta per la costituzione e non la sua sostituzione, che per sovvertire l’ordinamento vigente non basta certo una maggioranza di Governo o la vittoria ad un’elezione.
Da Il manifesto







