Giornate del Respiro, intervista a Marcos Krivocapich e León Siewert-Langhoff

28 Maggio 2026
Darkness Picnic, foto di Laura Farnetti

[Federica Orrù]

Torna alla sua sesta edizione Giornate del Respiro, festival di arti performative contemporanee a cura di Giulia Muroni per Sardegna Teatro, a Cagliari da mercoledì 3 a sabato 14 giugno 2026, con un cartellone dedicato alla scena performativa italiana e internazionale più creativa, innovativa e originale. Abbiamo dialogato con Marcos Krivocapich, artista argentino, creatore e regista della performance urbana immersiva Unreal State, insieme al co-creatore e programmatore León Siewert-Langhoff.

La performance si terrà nell’ambito del festival il 5 giugno, e si svilupperà quasi come un gioco di ruolo in cui i partecipanti girano la città guidati da una app, stimolando una riflessione sulle nostre vite iper-tecnologizzate e sul modo in cui lo schermo è diventato l’interfaccia principale tra le persone e il mondo. Questo contenuto è stato realizzato da Federica Orrù nell’ambito degli insegnamenti di Discipline dello spettacolo dell’Università di Cagliari.

Aiutateci ad entrare nel vostro orizzonte creativo. Quali definireste i vostri referenti artistici? Come vi siete avvicinati al linguaggio della performance?

Marcos: Mi piacciono il teatro, i burattini e i computer. Ho studiato teatro fin da bambino e non ho mai smesso. Forse proprio grazie a questa esposizione precoce alle arti performative ho sviluppato il desiderio o il bisogno di scoprire altri modi di relazionarmi ad esse attraverso la multimedialità o le pratiche transdisciplinari. Trovo affascinante il connubio tra un’arte millenaria come il teatro e le nuove risorse contemporanee, porle in relazione con ciò che potremmo definire il genius loci del teatro. Inoltre, ho cominciato a lavorare con Patrick Blenkarn e Milton Lim, due registi di teatro la cui ricerca verte sull’interazione tra teatro, democrazia e video games. L’intera energia ispiratrice per la genesi di questo progetto proviene dall’esperienza di gioco con il videogame Disco Elysium e dalla domanda: come posso creare qualcosa di simile ma in teatro?

León: Mi piace la parola “orizzonte” in questo contesto, perché può significare anche frontiera, una spinta verso qualcosa di sconosciuto. Artisticamente ho sempre cercato di rincorrere quella frontiera in eterno movimento. Questo mi ha portato a studiare musica classica e a suonare in orchestra, a lavorare come regista teatrale, autore e attore, e nel frattempo a sviluppare una malsana ossessione per algoritmi e matematica. Collaborare con Marcos al progetto Unreal State mi dà l’opportunità di combinare alcuni di questi differenti percorsi e vedere cosa succede.

Marcos, la tua performance presuppone un lavoro site-specific, modellato sul territorio. Come si è articolato il processo di studio della realtà urbana di Cagliari? C’è qualcosa che ti ha sorpreso?

Marcos: Quello che ho fatto è stato esplorare Cagliari attraverso Google Maps, insieme alle altre città partner. Questo progetto è nato secondo una certa ottica di produzione: come posso creare qualcosa che funzioni come un IRL (In Real Life) RPG (gioco di ruolo) senza dover cambiare temi e aspetti formali del testo ogni volta che lo voglio portare in una nuova città? La ricerca, così, si è focalizzata su ciò che possiamo trovare di simile in tutte queste città, rendendo gli elementi comuni, che vanno oltre i localismi, uno dei temi dell’esperienza.

La declinazione urbana del neoliberismo promuove un’idea di sicurezza e di decoro contrapposta al degrado che va tutta a favore degli imprenditori, che siano del settore del turismo o di quello immobiliare. Oggi più che mai sappiamo che la retorica del decoro è uno strumento nelle mani del capitalismo. La riflessione che porti con Unreal State nasce da un’esigenza emersa dalla vita nella tua città, Buenos Aires?

Marcos: Riguardo Buenos Aires posso dire che sì, stiamo sicuramente vivendo in una bolla immobiliare che sembra essere sempre sul punto di esplodere. Poiché il denaro reale in Argentina è soggetto a un continuo deprezzamento, il modo che i ricchi hanno trovato per proteggere i propri risparmi è costruire edifici che nessuno usa ma che funzionano come uno strumento per tutelare i loro interessi finanziari. Allo stesso tempo, abbiamo raggiunto uno dei numeri più alti nella nostra storia di persone che dormono per strada.

L’intervento sullo spazio urbano ci spinge a riflettere su come i rapporti di potere si riflettano sulla nostra quotidianità, nel nostro modo di vivere lo spazio pubblico. In tal senso, l’uso che fate della gamification e delle app fa pensare ad un processo di ingegneria inversa: usare lo strumento dell’oppressore per generare controinformazione. In che modo le distorsioni dei sistemi digitali e di governance algoritmica influenzano il modo in cui viviamo la città?

Marcos: Mi piace l’idea di ingegneria inversa e la sua relazione con l’hacking, ma non so se la applicherei al mio lavoro. La mia idea principale riguardo al telefono, all’app, al gioco e alla città è che devono pur esserci altri modi di usarli. La nostra soggettività è plasmata da questo oligopolio internazionale di multinazionali, il modo in cui appariamo e in cui agiamo sono mediati da questo rettangolo nero, e disconnettersi non sembra un’opzione concreta nel mondo in cui viviamo oggi. Quindi, cosa possiamo fare? Io cerco di applicare gli strumenti che il teatro mi offre al desiderio di creare qualcosa che possa aiutarci a costruire insieme una risposta.

Parliamo del problema della partecipazione. Trovate che ci sia una discrepanza tra il pubblico a cui vorreste comunicare il vostro messaggio – o quello che credete avrebbe bisogno di recepirlo – e chi invece partecipa effettivamente alle vostre performance?

León: Non ho mai pensato di creare qualcosa per un pubblico specifico. Per me si è sempre trattato di esprimere ciò che voglio dire e di osservare con curiosità il modo in cui le persone reagiscono. L’unica cosa che potrei dire riguardo al mio pubblico di riferimento è che mi piacerebbe che le persone potessero vedere i miei spettacoli anche se non si possono permettere il biglietto. Purtroppo, non credo che le persone abbiano bisogno dell’arte quanto hanno bisogno di altre cose molto più urgenti.

Con la vostra performance ci metterete di fronte alla desolante realtà della distopia plutocratica e algocratica che stiamo vivendo. Ci sarà spazio per l’utopia? Credete che nel contesto contemporaneo la performance partecipativa sia una pratica utopistica?

Marcos: Penso che sebbene “utopia” e “distopia” siano state delle valide categorie a noi fornite dalla tradizione letteraria fantascientifica, se vogliamo comprendere oggi i mondi possibili che potremmo creare e/o abitare, sfortunatamente, queste categorie sono diventate obsolete. Forse noi cerchiamo solo di creare quella nuova prospettiva della quale parli senza darle un nome: aprire le porte a nuovi modi di immaginare la nostra relazione con la tecnologia e con lo spazio pubblico.

León: Quando ho imparato a programmare ho realizzato quanto, di ciò che ci circonda, potrei tradurre sotto forma di codice: cartelloni pubblicitari, funzionalità dei telefoni o persino la semplice azione di inviare una e-mail: per ciascuno di questi clic, avvengono microtransazioni da qualche parte. Ho la sensazione che queste distopie plutocratiche e algoritmiche – anche se personalmente faccio fatica con la parola “distopia” – siano ovunque intorno a noi, in bella vista. Perciò penso che il nostro spettacolo non cerchi di smascherarle, ma piuttosto di incoraggiare una fantasia su ciò che potrebbe essere, possibilmente senza etichettare le cose come “buone” o “cattive”. Questo spetta alle persone deciderlo.   

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