Anche la quercia di Marautzos morì durante la guerra
1 Giugno 2026
[Francesco Casula]
“Anche la quercia di Marautzos morì durante la guerra” è il titolo del nuovo libro di Renato Poddie, tonarese, gran studioso e conoscitore del compaesano Peppino Mereu, di cui ha curato alcune sillogi poetiche, oltre che scrivere altre opere di valore.
In Italia e duncas nella scuola italiana in Sardegna, perdura e permane nei testi scolastici un paradigma storiografico, becero e provinciale. Che si appalesa in modo macroscopico nell’insegnamento della storia. Secondo questo ci sarebbe una storia importante, degna di essere raccontata e studiata e una storia secondaria, da trascurare. Ca non balet a nudda.
A prendere a roncolate tale abnormità storiografica ci penseranno, circa un secolo fa nel 1929, gli storici francesi che si riuniranno intorno alla rivista “Annales”: prima esponenti come Lucien Febvre e Marc Bloch e poi, soprattutto Fernand Braudel.
Gli storici degli “Annales” rifiutano la storia come grande evento politico-militare, e rivalutano la storia locale che si pone anzi come “laboratorio” della nuova concezione storiografica secondo la quale non vi è una gerarchia di rilevanza fra storia locale e storia generale, essendo la storia stessa un un unicum da studiare dalla cantina al solaio: di cui non si butta niente. Come si fa nelle famiglie agro-pastorali quando si uccide il maiale!
Così oggi la storia locale ha acquisito un ruolo importante e stabile e “la storiografia – è anche lo storico italiano Franco Catalano a sostenerlo – si è liberata dalle innaturali concezioni che celebrano la grande storia”, per cui la “nuova storia” oltre che abbattere le vecchie recinzioni storiografiche, per una storia aperta e senza barriere disciplinari, è capace di valorizzare la vita degli uomini nel tempo e nello spazio, indagando a tutto campo.
Si muove, mirabilmente, all’interno di questo nuovo e più avvertito paradigma storiografico, il saggio di Renato Poddie, dal titolo suggestivo e prefigurante “Anche la quercia di Marautzos morì durante la guerra”.
Dentro la traiettoria disegnata dagli storici francesi degli Annales Renato Poddie racconta e srotola la storia “locale” di Tonara, che non solo ha un valore in sé ma serve a illuminare la stessa storia “generale”, ad iniziare dalla Grande Guerra. Nei riverberi economici, sociali, persino esistenziali, sulla popolazione del piccolo centro della Barbagia.
“Dando particolare spazio – scrive l’Autore nell’Introduzione al volume – ai vissuti emotivi delle donne: Talèa, Erìsia, Ermòsa e Frantzìsca, protagoniste sì disarmate e silenziose dei due grandi conflitti mondiali, ma non meno coraggiose di coloro che imbronciarono i fucili”.
E aggiunge: “I fatti descritti a volte seguono e fonti storiche, sia orali che d’archivio, altre invece se ne allontanano, calandosi nelle interiorizzazioni individuali e collettive, in un mondo complesso dove le guerre d’Indipendenza, i due conflitti mondiali e il fascismo vengono raccontati e commentati dai vivaci frequentatori delle piazze del paese”.
Le fonti di archivio si completano dunque con le fonti orali. Opportunamente. Fin dal ‘600 Paolo Sarpi, teologo storico e scienziato, ci aveva avvertito e indicato nel suo Metodo storico a utilizzare, nel raccontare la storia, certo gli archivi, ma anche mille altre fonti: quelle orali come quelle della tradizione cultura letteratura e poesia popolare.
Perché? Mi piace a questo proposito e mi convince la risposta del nostro più grande poeta etnico degli ultimi 50 anni, Cicitu Masala, secondo cui a mettere i papiros negli archivi, storicamente, sono i cortigiani del potere e dei potenti, dei Cesari insomma. Se vogliamo farci un’idea più vera e autentica e completa della storia dobbiamo rivolgerci anche alle espressioni popolari, al sentiment dei ceti subalterni che “subiscono” la cosiddetta grande storia delle guerre.
Come la subisce Tonara: in termini di brutale spopolamento, innanzi tutto: “un altissimo numero dei giovani del villaggio fu convocato per partire per la Grande Guerra. Era un numero talmente elevato che il paese si sarebbe svuotato delle forze migliori. Sarebbero rimasti solo le donne, i bambini e gli anziani”.
E Poddie aggiunge, con accenti fortemente lirici e commossi:
“Il pianto, il dolore, l’impotenza, la frustrazione si impadronirono di tutto il villaggio, invadendo strade, vicoli e cortili. Tutto attorno si udivano solo urla strazianti di donne, canti di atitadoras, che con i loro versi struggenti sembravano impregnare d’angoscia anche le pietre di scisto di quelle case dalle porte sempre socchiuse”.
Il dramma si ripete con la seconda Grande Guerra, quando verranno reclutati 200 giovani fra i 18 e 40 anni. Una guerra di cui si ignora persino il motivo. Per combattere “in luoghi di cui non conoscevano neanche l’esistenza e contro persone che non avevano mai visto”.
E sul fronte – lo ricorderà Emilio Lussu, politico e intellettuale molto stimato da Poddie – sperimenteranno sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili.
Intanto a Tonara “gli anziani e le donne erano sempre più allarmati: non arrivavano notizie né da Carso, né dai Sette Colli che circondano l’altipiano di Asiago, dove si trovava la maggior parte dei giovani tonaresi”.
Mentre la guerra continuava a colpire a morte l’economia del paese, fra l’altro con “la riduzione del bestiame”.
Con la fine della guerra i giovani soldati tornarono a Tonara:”distrutti, dimagriti e disorientati. Furono accolti in paese con una profonda carica di umanità, fatta di un silenzio composto e rispettoso”.
Non tutti però tornarono:”Settanta madri piansero i loro figli. Per un paese piccolo era difficile sopportare un simile dolore, per quanto i suoi abitanti fossero abituati ai lutti. La guerra era stata impareggiabile per le sue devastazioni, perché i giovani soldati potessero superarne gli orrori. Il loro spirito era forte, ma la fragilità propria della condizione umana li rendeva deboli, sperduti, senza più energia per coltivare anche i più piccoli sogni.
A tutti era sembrato che la terra, che avevano sempre calpestato, non fosse più quella. Un’ombra tetra l’aveva invasa, rendendola irriconoscibile anche a chi aveva visto e patito tante guerre”.
E lo Stato? “Li aveva prima usati e poi abbandonati, perché nel paese lo Stato non l’avevano mai visto se non per chiamarli alle armi”.
I Sardi morti nella Prima grande in guerra saranno in totale 13.602: in proporzione agli abitanti, i più numerosi in tutta l’Italia. Cui occorrerà aggiungere feriti mutili lati e dispersi.
“Per loro – scriverà Raimondo Carta-Raspi – ci saranno medaglie ciondoli e patacche. Che non sfameranno però la Sardegna”.
“Chi non era rientrato non era uno qualunque; era sangue dello stesso sangue come della stessa carne: isposos, connaos, carrales, babbos, pobiddos, figios, nebodes, fradiles, tios-tios”.
Dopo il dramma della Prima grande guerra un’altra tragedia colpirà l’Italia la Sardegna e Tonara: il fascismo. Con la repressione l’arresto e il confino per gli antifascisti: fra cui grandi sardi come Lussu e Gramsci.
“Con la politica coloniale fascista…e la politica estera che sembrava seguire le orme tracciate dai Sabaudi: se prima i giovani tonaresi andavano a morire sull’altipiano di Asiago, ora erano nuovamente chiamati a combattere in terre africane e in Spagna”.
E poi ancora la seconda guerra che abbiamo già visto: altro dolore, altra disperazione, altri deliri onirici e ossessioni, come quelli da parte di una madre, Ermosa, per il figlio in guerra: “Dae canno figiu nostru est partiu in gherra fatzo bisos malos, mi nn’ischido chena torrare a pigare sonnu, timo chi d’otziant, isco ite cosa est sa gherra, onnia momentu podet morrere e timo chi non ddu torreus a biere prus”.
È uno dei numerosissimi lacerti in lingua sarda che impreziosiscono l’intero volume, non solo attraverso ibridismi linguistici: sono in lingua sarda i toponimi e i nomi ma anche intere frasi ma soprattutto i canti improvvisati e a mutos, gli atitos, le poesie: fra queste non potevano mancare quelle di Peppino Mereu, vanto di Tonara come di tutta la Sardegna, feroce critico della politica coloniale sabauda.







