Ay Nicaragua, Nicaraguita
23 Luglio 2026
[Gianni Loy]
Solo tristezza – altro non mi è concesso – nel leggere che il presidente del Nicaragua ha annunciato che, d’ora in avanti, non si terranno più elezioni, perché i partiti sarebbero dannosi per la società.
Continuerà a governare, assieme alla consorte, Rosaria Murillo – nominata co-presidenta del Nicaragua – sinché morte non li separi. Poi lo scettro passerà ai figli, già impegnati nell’apprendistato, secondo un modello simile a quello della Corea del Nord.
Così fan tutti?
Solo che il governo nicaraguense è intestato ad un eroe della resistenza contro l’imperialismo nordamericano che, nel 1927, aveva occupato il Nicaragua, che governa in nome di quella rivoluzione sandinista che, quasi cinquant’anni fa, nel 1979, ha liberato il paese dalla sanguinaria dittatura di Somoza, in nome di principi libertari e socialisti, condivisi da cattolici e comunisti, e ispirati alla democrazia: il primo atto è stato quello di abolire la pena di morte e sottoscrivere tutti le dichiarazioni internazionali sui diritti della persona.
Solo che, per quanti di noi hanno vissuto quegli anni, la rivoluzione sandinista ha rappresentato il modello di un processo rivoluzionario democratico e progressista, che si distaccava dalla manichea antinomia tra comunismo e anticomunismo; un modello ispirato anche alla teologia della liberazione che, in quegli anni, trovava terreno fertile proprio in America latina.
Solo che a Managua ho incontrato Giulio Girardi, antesignano del dialogo tra Cristianesimo e marxismo, che trovava in quell’esperienza occasione di verifica delle sue teorie.
A Managua ho conosciuto Tonio Castro, parroco militante nel movimento sandinista; aveva costruito il pulpito della sua chiesa parrocchiale con i sanpietrini utilizzati per erigere le barricate, e mi spiegava l’analogia della prima esperienza rivoluzionaria con l’esodo biblico della traversata del deserto: un popolo faticosamente in cammino verso la terra promessa.
A Managua ho anche ritrovato Ettore Cannavera, che si era rifugiato in una baraccopoli infestata dai roditori, in esperienza di povertà, a meditare sul suo futuro di prete.
A Managua ho conosciuto Tomàs Borge, l’ultimo comandante ancora in vita tra fondatori del Frente Sandinista, all’epoca Ministro dell’interno. Borge era una persona carismatica – carismatica, non iconica – forgiata da ideali e da regole di guerra, ché altrimenti come avrebbe potuto affrontare la guerra finanziata dagli americani, i contras, che cercava di abbattere la rivoluzione.
È stato anche a Cagliari, il comandante Borge, perché Luigi Cogodi – in occasione di un breve viaggio in comune in Nicaragua – ebbe modo di incontrarlo, e se ne innamorò. Era allora Assessore regionale al lavoro, – era questo il motivo della nostra frequentazione di allora – e militava ancora nella vecchia casa del Pci, ma sicuramente rimaneva legato, almeno sentimentalmente, all’antica vocazione rivoluzionaria di quando il 68 ci era scoppiato sopra la testa, all’interno di un’aula di giurisprudenza: a lui da comunista, e un po’ mangiapreti, e a me da cattolico illuminato dal Concilio. Proprio come due delle tre anime dell’ideologia sandinista. Fu per questo che il comandante Borge fu invitato e si reco in visita in -Sardegna.
Solo che in Nicaragua ho incontrato anche i miskitos, indiani scampati al massacro dei conquistadores; abitavano una landa desolata della costa atlantica, difficile da raggiungere – per loro fortuna –; mi ricordavano la nostra condizione di popolo esposto ad una civilizzazione che spogliava dell’identità. Anche i rivoluzionari sandinisti, la maggioranza, nonostante fossero rivoluzionari, ricorrevano a misure spicce per fronteggiare le loro pretese di autonomia. Ahimè.
A Managua ho conosciuto Lupe, femminista impegnata in ambiente ostile governato dal maschilismo più bieco.
Solo che in Nicaragua è stato ministro dell’istruzione Ernesto Cardenal, che era un sacerdote, un poeta, che faceva vita povera nell’Isola di Solentiname, luogo di preghiera, di arte, di poesia. Un Papa lo umiliò, ritraendo la mano che il povero avrebbe voluto baciare, un altro Papa lo riabilitò.
Solo tristezza – altro non mi è concesso – per come è andata a finire. Mi chiedo se debba essere questo il destino di ogni nostra speranza. Se ogni nostro sogno debba essere destinato a fracassare. Perché sogno è stato.
Il comunismo – o socialismo – avrà pure un versante scientifico; eppure, ho sempre guardato con maggior interesse, e coinvolgimento, al suo lato utopico, persino alle sue sfaccettature romantiche. E per molti quell’esperienza è stata una speranza.
Del resto, che sarebbe andata a finire così avremmo potuto immaginarlo. Fin dal principio, quando Daniel Ortega, con abile mossa del cavallo, diventò presidente al posto di Tomas Borge, che per come erano andate le cose, era considerato il candidato naturale. Da quando, già dai primi anni, allignava il malcontento per lo stile di vita di un presidente che aveva scelto di abitare nelle sfarzose ville dell’entourage del dittatore Somoza. Con l’affievolirsi del feeling con la chiesa. Eppure le riforme sociali procedevano rapidamente, la campagna di alfabetizzazione coordinata da Ernesto Cardenal aveva raggiunto mezzo milione di persone e fu sugellata da un formale riconoscimento dell’Unesco.
Se da tutto il mondo accorrevano volontari, significa che anche il lato romantico giocava la sua parte.
Il mondo intero, insomma, confidava nel successo di quella rivoluzione, per il suo carattere originale rispetto agli schemi imposti dal manicheismo dell’imperante guerra fredda. Sarà che il potere logora, sarà che lasciarsi logorare dal potere è umano, ma il giocattolo si ruppe. Lo stesso Ernesto Cardinal avrebbe finito per abbandonare il partito dichiarando che un onesto capitalismo è preferibile a una falsa rivoluzione. Lula si è dissociato da tempo, avvertendo puzza di dittatura, perché quando qualcuno si sente indispensabile è segno che qualcosa non va. Pepe Mujica, il nostro caro Pepe Mujica, già da anni aveva sottoscritto un appello contro la deriva del regime sandinista, chiedendosi se Daniel Ortega non si fosse ammalato di potere. E anche i sandinisti della prima ora, come Sergio Ramirez, che di Ortega è stato vicepresidente- primo sudamericano a vincere il premio Cervantes per la letteratura in lingua spagnola – e finito tra i perseguitati e costretto ad abbandonare il Nicaragua.
Ho lasciato Managua, per l’ultima volta, durante la campagna elettorale che avrebbe portato alla sconfitta di Ortega da parte di Violetta Chamorro, nel 1990. Lungo il tragitto per l’aeroporto, mi sono imbattuto nell’esibizione di Ortega che correva in solitario una maratona elettorale lungo le vie della città, l’ho trovato penoso. Come penoso ho trovato il suo finto riaccostarsi alla religiosità, persino incentivando le esposizioni sacre per le strade, lui che mai aveva manifestato propensione per la religione. Quelle elezioni, svoltesi in regime di democrazia, le perse. Poi, sempre più solo, ha modificato la Costituzione per rimanere al potere, infine ha proclamato che delle elezioni si può fare a meno.
Non è andata come avevo sperato. Ma la sensazione di tristezza non cancella quel tempo di speranza. Ogni tanto mi ritorna alla mente un motivetto: la canzone – simbolo di quella rivoluzione:
Ay, Nicaragua, Nicaraguita
la flor mas linda de mi querer
abonada con la bendita Nicaraguita
sangre de Diriangen
Ay, Nicaragua sos mas dulcata
que la mielita de tamagas
pero ahora que ya sos libre, Nicaraguita
yo te quiero mucho mas







