Benigni e Renzi

1 Giugno 2016
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Alfonso Gianni

Roberto Benigni dopo vari tentennamenti rilascia un’intervista e dice che voterà Sì nel referendum costituzionale. La motivazione non è molto originale. Ripete quella di Massimo Cacciari.

La revisione costituzionale è maldestra diceva il filosofo, “pasticciata” afferma il comico. Ma, aggiunge “è meglio del nulla”. Falso. Votando No non resta il nulla, ma proprio il testo della Costituzione che conosciamo, tanto lodata da Benigni stesso. Nello stesso tempo non è vero che la “deforma” realizza “gli obiettivi di cui parliamo da decenni”. Non supera il “bicameralismo perfetto” ma ne riproduce uno confuso e peggio che imperfetto.

Il Senato continua ad esistere, ma i cittadini non eleggono i senatori; i suoi membri vengono dai consigli regionali, ma non è la Camera delle Regioni, visto che si occupa anche di leggi di revisione costituzionale e non solo e nomina addirittura 2 su cinque dei membri della Corte Costituzionale, tra quelli di nomina parlamentare; tanto è vero che gli articoli che descrivono l’iter legislativo sono un guazzabuglio indegno persino dei peggiori regolamenti parlamentari, dal momento che devono regolare il traffico delle leggi e delle competenze fra la Camera e il nuovo Senato.

E’ proprio il Sì che rende il paese non riformabile, come teme Benigni, perché l’insieme di deforma costituzionale più Italicum trasforma la nostra in una democrazia di investitura e il sistema in una oligarchia dove si può governare con la minoranza di voti moltiplicati da un premio mai applicato finora. Infine: prendiamo un articolo chiave. Il nuovo articolo 78 : “La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari” Già, ma la maggioranza assoluta viene fornita al partito vincente il ballottaggio (o che supera il primo turno con il 40%) in partenza. Quindi lo stato di guerra, se mai dovesse capitare, lo deciderebbero i vertici di questo partito. Un obbrobrio.

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