Cara stampa sarda, i Cpr sono gabbie per gli stranieri, non luoghi di detenzione per autori di reato

17 Giugno 2026

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La nota dell’Assemblea no CPR Macomer insieme al Movimento Antifascista Oristanese, LasciateCIEntrare e l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina sul Cpr di Macomer in relazione ad alcune notizie che rappresenterebbero la struttura in maniera differente rispetto all’uso per cui è stata abilitata, e cioè ad imprigionare persone che hanno come unica colpa l’essere stranieri.

Ci giunge notizia attraverso i quotidiani locali di una velina della questura di Oristano nella quale si tenta di normalizzare il Cpr attraverso una serie di informazioni distorte e tendenziose, tese a rappresentare questa struttura per quella che non è.

Riteniamo necessario puntualizzare una serie di fatti, alfine di restituire una informazione corretta al pubblico riguardo che cosa è il Cpr e come mai ci si finisce dentro. Riteniamo tuttavia che dovrebbero essere i giornali a svolgere questo lavoro, la provenienza di una informazione da una questura non esime dal lavoro di elementare fact checking delle informazioni.

1. Nel Cpr non ci si finisce perché condannati per “violenza sessuale, furto e resistenza”, come per qualsiasi altro reato. Nel Cpr ci si finisce perché non si ha un permesso di soggiorno, a prescindere da qualsiasi altra cosa. La questura cerca di vendere al pubblico il fatto che in questi lager per migranti ci si finisca perché si è cattive persone, ma la verità è che può finirci chiunque, purché sia uno straniero privo di documenti di soggiorno.

La persona in questione non è nel Cpr perché “pericolosa socialmente” ma perché sudanese. Un italiano che avesse la stessa storia criminale alle spalle non finirebbe mai in un Cpr, e nemmeno un cittadino comunitario, o uno straniero con i documenti di soggiorno in regola.

Dobbiamo ricordare alla questura di Oristano che il luogo deputato alla detenzione delle persone per crimini passati in giudicato è il carcere, e solo il carcere. Sostenere che lo sia anche il Cpr è una pura e semplice menzogna.

2. Attraverso il concetto di “pericolosità sociale” si giustificano provvedimenti arbitrari della questura che avvengono in un quadro di lesione dello stato di diritto e delle garanzie giuridiche, e in particolare del diritto alla difesa. Questi provvedimenti inoltre sono in totale contrasto con la funzione costituzionale di rieducazione che viene assegnata alla pena.

3. Il Cpr funziona per legge come luogo deputato al riconoscimento e al rimpatrio delle persone soggette a un decreto di espulsione. La persona in oggetto è conosciuta alle forze dell’ordine e non può essere rimpatriata. Infatti il Sudan è nel pieno di una guerra civile ferocissima ed è il luogo della peggiore crisi umanitaria in corso oggi nel mondo. Il provvedimento in oggetto è quindi meramente punitivo e privo di qualsiasi logica apprezzabile.

4. Il Cpr è un luogo di tortura psicologica, di abusi fisici, di violazione dei diritti umani fondamentali. In sei anni di lavoro abbiamo raccolto un’infinità di testimonianze e documenti relativi a quanto siano pessime e indegne di un essere umano le condizioni di vita nel Cpr. Testimonianze di pestaggi, abuso di psicofarmaci, cibo avariato, condizioni igienico-sanitarie precarie, violazioni del diritto alla salute e all’assistenza dell’avvocato, si sono susseguite invariate per anni. Da anni le istituzioni responsabili di questa situazione cercano di giustificare gli abusi con la giustificazione falsa che le loro vittime sono dei criminali. È ora di finirla. Chiunque siano le persone rinchiuse, fossero anche le peggiori al mondo, non c’è giustificazione per l’abominio rappresentato dai Cpr.

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