Contorni: Che fare dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico?

16 marzo 2016
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Giulio Angioni

Mi sembra utile riprendere qui la questione della dirigenza di un istituto sardo conosciuto sì, ma non abbastanza per quel che è e vale, e che soprattutto potrebbe e dovrebbe essere. Si è discusso sui giornali sul fatto che il Consiglio di amministrazione dell’ISRE (Istituto Superiore Regionale Etnografico, con sede a Nuoro) ha deciso di nominare, fuori tempo massimo, un suo nuovo Direttore generale, cioè un funzionario regionale addetto a tempo pieno a occuparsi dei compiti istituzionali di cura e di alta ricerca nell’ambito dell’etnografia della Sardegna. La scelta ha favorito l’architetto nuorese Domenico Canu. Questa notizia di pubblico dominio suscita forti reazioni negative. Non tanto perché erano molte le aspettative di altri buoni candidati da tutta Italia. E neppure per il motivo formale che questa designazione arriva ben oltre i limiti temporali assegnati al Consiglio di amministrazione dell’ISRE per deliberare, compito ormai da tempo di competenza diretta del Presidente della Giunta della RAS. E dunque si tratterebbe di una sorta di abuso d’ufficio da parte del Consiglio di amministrazione dell’ISRE. Facile supporre che la decisisione tardiva corra il rischio di essere impugnata in tribunale da quei più di trenta candidati concorrenti ormai in attesa della decisione da parte di un’autorità superiore con compiti di controllo e di approvazione.

Ma non m’intendo di questioni di diritto, nemmeno quanto il nuorese medio, del quale si suol dire che non si sente normale nuorese se non quando ha almeno una causa in tribunale. Però vorrei dare voce a una preoccupazione di tutta la comunità scientifica degli antropologi e di altri specialisti di cose di Sardegna, sardi e più in generale italiani e anche, come cercherò di mostrare, dell’Europa e del mondo. Infatti, a parte i modi, la designazione dell’architetto Domenico Canu pone il problema delle sue personali competenze, che non pare siano state finora quelle della ricerca e della cura dei beni etno-demo-antropologici, sardi e no. L’architetto Canu subentrerebbe al dottor Paolo Piquereddu, direttore generale dell’ISRE negli ultimi tre o quattro decenni, di formazione umanistica antropologica già da quando giovane prese in mano le incombenze scientifiche e organizzative dell’ISRE con risultati che tutti apprezziamo, fino all’ultima impresa del rifacimento rigorosamente filologico del Museo della vita tradizionale della Sardegna, nei locali del vecchio e obsoleto Museo del costume al colle di Sant’Onofrio a Nuoro. Ora, certamente l’ingegner Canu, del quale mi è stata lodata l’esperienza in architettura medica (e la bravura come pittore e come corista), potrebbe rivelarsi un buon manager di un istituto di ricerca e di conservazione dei beni etnografici della Sardegna, quale è stato l’ISRE negli ultimi decenni. Pur essendo vizio dei politici italiani quello di occuparsi, da ministri o sottosegretari o assessori, di qualunque aspetto del vivere e del governare, a volte un cattivo ingegnere navale potrebbe rivelarsi un buon ministro dell’agricoltura.

Ma l’ISRE ha già avuto nei suoi primi anni la disavventura di essere governato da brave persone troppo estranea alle cose dell’etnografia e dell’antropologia della Sardegna. L’ISRE è stato per alcuni lustri iniziali una specie di sportello pagatore di magre sovvenzioni alle sagre vecchie e nuove della Barbagia, come lamentava il suo fondatore Giovanni Lilliu (con legge regionale 5 luglio 1972, n. 26) . Finché negli anni ottanta non è arrivato proprio lui, il Sardus Pater, grande paletnologo, a farlo diventare un istituto di ricerca e di organizzazione di cultura con forza e notorietà internazionale, senza pari in altre parti d’Italia. A parte altri compiti e competenze (come la gestione di un’ottima biblioteca demo-etno-antropologica, l’attività editoriale e la gestione della Casa- museo deleddiana), basti citare il SIEFF, festival internazionale biennale di film etnografici, nato nel 1982, “il più vecchio festival di cinema etnografico in Europa e uno dei più conosciuti e apprezzati in campo internazionale”, come recita un documento dell’ISRE. Oppre ETNU, festival biennale italiano dell’Etnografia, istituito nel 2007, con mostre di etnografia, artigianato e design, convegni, laboratori, concerti, proiezioni cinematografiche, presentazione di libri e altro. E poi mostre, convegni e incontri di studio con altri organismi scientifici e culturali, a Nuoro e in diverse altre località non solo sarde, studi e ricerche dirette o mediante collaborazioni con le Università sarde e no.

Ho avuto la ventura di vivere in prima persona gli inizi dell’iter legislativo dell’ISRE, quando Giovanni Lilliu allora consigliere regionale si consultava con gli antropologi dell’Università di Cagliari, quali Alberto Mario Cirese e Clara Gallini, con lunghe e attente riunioni a cui partecipavo a volte anch’io, e so quanta attenzione e competenza sono state messe in opera per questa impresa, epocale per la Sardegna. E ancora più in prima persona ho partecipato più tardi, tra gli anni ottanta e novanta e oltre, all’altra più difficile impresa di far diventare l’istituto nuorese un vero luogo di studio e di organizzazione culturale, come membro per molti anni del Comitato tecnico-scientifico dell’ISRE ai tempi della presidenza di Giovanni Lilliu, quando appunto l’istituto nuorese è stato organizzato in centro di ricerca e di coordinamento di studi etno-antropologici di livello internazionale, mentre anche in quegli anni si doveva resistere alle pressioni di certa pseudopolitica regionale con le sue abitudini spartitorie di responsabilità manageriali distribuite con la logica dell’accontentare i politici locali di terza e quarta fila.

E’ andata bene. Ed è soprattutto per questo che l’ISRE non merita oggi di correre l’alea di una direzione non qualificata scientificamente nel senso dei suoi compiti e delle sue competenze istituzionali. Mentre non mancano tra i candidati altri curricoli garanti e promettenti non solo come manager ma soprattutto come specialisti nei campi di studio istituzionali. E mentre nelle università sarde (e italiane ed europee) non mancano certo i ricercatori specialisti ma disoccupati in attesa di dedicarsi a impieghi come questo di dirigere un istituzione che si occupa di ricerca e di fruizione dei beni culturali.

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