Diritto di accoglienza e volontà di sapere

1 Agosto 2019

Migranti a Cagliari – Foto Roberto Pili

[Aldo Lotta]

La CILD (Coalizione Italiana Libertà e diritti Civili) ha reso pubblico un e-book, Profili di incostituzionalità del decreto Salvini in cui vengono puntualmente delineati i contenuti di una politica agghiacciante, candidamente refrattaria ai dettami costituzionali, di quella Costituzione per altro istituzionalmente sovra ordinata a qualsiasi legge o decreto.

Le ultime misure, a partire dall’abrogazione della protezione umanitaria, rendono poi irrealizzabili, in particolare, i contenuti dell’art. 10 della Costituzione, specialmente nella parte riguardante la piena attuazione del diritto di asilo. Inoltre gli interventi di progressivo smantellamento e le campagne screditanti nei confronti delle strutture di accoglienza non possono che determinare il classico fenomeno della “profezia che si autoavvera”, attraverso un moltiplicarsi del numero di schiavi e irregolari e con un possibile incremento di una manovalanza a buon mercato per le nostrane (DOC) organizzazioni criminali. Stiamo parlando, quindi, di una strategia politica bassa e bieca che si configura come “processo di marginalizzazione forzata criminale”.

Ma, al fianco ( o al di sopra) dei nostri governanti (tristi e miserrimi nel recidivare lo sper-giuro sui principi della Costituzione e nel calpestare l’etica e il diritto internazionale), esiste una sfera notoriamente vasta di complicità. Tra i protagonisti pre-valenti delle politiche globali, fonti di tragedie umanitarie e delle disperate fughe migratorie, le multinazionali del commercio sfuggono ancora troppo spesso alle misure di contrasto da parte di quelle organizzazioni che si battono per l’osservanza delle leggi internazionali. E’, quindi, una costante lo sfruttamento, principalmente da parte di noi occidentali, di risorse del sud del mondo. Gli strumenti sono molteplici (tra questi il land grabbing), e sono strettamente connessi allo sviluppo delle politiche neoliberiste e insite nel processo asetticamente chiamato globalizzazione.

In un quadro di indispensabile denuncia di simili modalità predatorie, è stato recentemente lanciato da Greenpeace un allarme circostanziato riguardo il sovra sfruttamento, da parte di tali multinazionali, delle risorse ittiche, vitali, delle popolazioni dell’Africa Occidentale. E un aspetto che dovrebbe ulteriormente coinvolgerci è che un’enorme quantità di pesce, altrimenti destinato all’alimentazione locale, viene sottratto per la produzione delle farine di pesce. Mangime per tutti gli usi che viene importato largamente anche dall’Italia (51.813 tonnellate nel 2018). Le popolazioni del Senegal, del Gambia della Mauritania e Marocco sonno quelle che oggi risentono maggiormente del fenomeno (in Senegal il pesce rappresenta il 70% delle proteine consumate). Le conclusioni di Greenpeace illustrano al necessità di far crescere la nostra consapevolezza sull’origine di ciò che portiamo sulle nostre tavole e l’importanza di poter creare, anche per il pesce proveniente dai nostri impianti di acquacoltura, una filiera dettagliata e controllata.

Ma ciò che potremmo anche acquisire, attraverso la conoscenza capillare di simili informazioni, è il bisogno di interrogare e interrogarci, resistendo alla tentazione di accettare più o meno passivamente concetti semplici, preconfezionati e monodimensionali. Misurarci colla complessità dei fenomeni, inesorabilmente collegati alle attuali pratiche di egemonia commerciale – politica dell’occidente e alla subalternità dei popoli sfruttati (il 20% della popolazione mondiale avrebbe necessità, per mantenere stabile il proprio tenore di vita, dell’80% delle risorse del pianeta).

Competenza che, partendo dalla scuola, attraverso tutte le sedi politico-culturali, può renderci più consapevoli su quali e quante sfumature, sul piano razionale, socio politico ma anche affettivo, debba fondarsi l’atteggiamento, pur semplice e atavicamente umano, dell’accogliere. Complessità di un agire che, tenendo conto dei tragici sommovimenti globali, e delle singole esistenze, non può che includere un aperto e martellante invito, rivolto a chi ci rappresenta, ad attuare la nostra Costituzione e a rispettare il Diritto Internazionale.

Mentre termino di scrivere queste righe, purtroppo, vengo a conoscenza dell’ennesimo naufragio al largo delle coste libiche, con la stima di 150 persone annegate. Apprendo che la maggior parte dei migranti era (è) di origine eritrea. L’Eritrea, ex colonia (e teatro di stermini) italiana, è ora agli ultimi posti delle classifiche mondiali nel campo dei diritti civili e soffre di una continua emorragia dei propri giovani (secondo Amnesty, “emigrano” circa 5.000 persone al mese, le stesse che finiscono in gran parte in Sudan o in Libia, ma solo le più fortunate al largo dei nostri porti chiusi). Il sanguinario dittatore Afewerki è un importante interlocutore politico e commerciale con l’Italia e con la Ue, anche in virtù del, a dir poco, ambiguo Processo di Khartoum, accordo firmato a Roma nel Novembre 2014.

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