Fenomenologia della Mac’Archeology [4]

16 Marzo 2022

[Alfonso Stiglitz]

Mentre cercavo materiali per un lavoro sul tema “decolonizzare l’archeologia in Sardegna”, saltellando nel web qua e là, mi sono imbattuto nella foto che immortala l’ingresso di un locale McDonald’s sorto in località Frattocchie a Marino (Roma).

In primo piano appare un cartello: “Area archeologica/Archeological area” (i romani sono studiati, mica come noi). Ad approfondire la questione si scopre che il cartello non è lì a caso, l’area archeologica, l’antica città di Bovillae, è proprio dentro il McDonald’s, ne è parte integrante, come certifica una delle recensioni entusiastiche nella pagina web del locale: «È simpatico poi dal pavimento in vetro si vede l’antica Roma». È vero che il commento immediatamente successivo lo definisce «Il mac più scadente. Le patate erano vecchie e gommose e l’hamburger insipido», instillando il dubbio che anche le patate siano archeologiche, ma non disperdiamoci.

Il giornale online Romatoday, del 21 febbraio 2017, racconta l’inaugurazione del locale e ne esalta la novità con toni trionfalistici di lontana tradizione (giusto per non smentire la romanità): «Sull’Appia Antica il primo ristorante museo del mondo grazie a McDonald’s e Soprintendenza. Una vera e propria galleria museale sotterranea permette al pubblico di visitare liberamente e gratuitamente l’opera: un percorso di pannelli didattici per adulti in italiano e inglese, oltre a un itinerario per bambini, guidano i visitatori alla scoperta di un periodo suggestivo della nostra storia». Magnanimamente ci rassicura che l’ingresso è aperto a tutti e «non solo ai nostri clienti». McD ha tentato anche il bis con le Terme di Caracalla, ma gli è andata male; anche nella Soprintendenza capitolina ogni tanto ci si connette.

Entusiasta della scoperta mi accingevo a utilizzare la notizia per creare una nuova categoria archeologica … Purtroppo qualcuno mi aveva preceduto: a mia discolpa posso portare il fatto che l’autore, Neil Asher Silberman, l’aveva fatto in un libro del 2007, ben prima che venisse inaugurato il ristorante, paventando il «pericolo concreto di trasformare il passato in un parco a tema e i siti archeologici in un outlet per la McArchaeology». Nello stesso volume Helaine Silverman definisce gli obiettivi di questa nuova archeologia: «conquistare una quota di mercato delle attività ricreative e turbare il meno possibile la coscienza dei visitatori». E qui c’è espressa tutta la fenomenologia che stiamo analizzando nella disamina dell’archeologia sarda, sempre più indirizzata verso queste nuove frontiere, sia nel campo scientifico sia in quello popolare.

A mia discolpa posso dire che già un anno fa, su queste pagine, definivo ‘antropologico-situazionista’ la temperie pseudomitografica che ci porta a scegliere e rileggere qualsiasi dato, come illustrato nelle precedenti puntate della Fenomenologia e proseguivo sottolineando come «siamo una nazione non per libera scelta dei suoi membri ma perché siamo in grado di ‘inventarci’ un mito che ci renda tale, arcaici, incontaminati, fissati in eterno nel nostro misterioso e magico passato. E il mito è tale se è accettato a furor di popolo, magari a seguito delle centinaia di presentazioni del libro che proprio quel mito ha inventato. Quindi il mito è una cosa seria e guai a chi ci ironizza su».

In questi primi mesi dell’anno siamo stati colpiti da un crescere di notizie, sempre più sensazionali, all’origine delle quali spesso si pongono autorevoli studiosi: dalla reggia nuragica di Cagliari, agli elmi cornuti Shardano-Vikinghi al recentissimo mistero, appena ‘svelato’, dei lingotti di piombo rinvenuti sulla costa israeliana, ovviamente Shardana. Ci troviamo di fronte a notizie false o falsificate o adattate al nostro gusto, distribuite come se ci trovassimo di fronte al più classico dei Fast Food.

Qui entrano in discussione le varie agenzie che, in un modo o nell’altro, si trovano a maneggiare i nostri beni culturali: da quelle ufficiali votate alla ricerca scientifica, tutela e conservazione (Università e Ministero), a quelle rappresentative delle comunità a vari livelli (Regione e Comuni in primis), alle Associazioni, più o meno strutturate, che uniscono gruppi di appassionati. Il crescere del protagonismo, volto spesso all’esaltazione massmediologica più che ad attività concrete, trasforma l’archeologia in un outlet, nel quale cerchiamo, e troviamo, prodotti di pregio svenduti a basso prezzo, scaffali nei quali scegliere in base al gusto volatile dei vari autori. E che, soprattutto, evitano di stimolare il gusto critico, indirizzando le comunità verso letture archeologico-politiche, sviluppate in termini ideologici, secondo le tecniche di marketing utilizzate normalmente nella predisposizione degli scaffali dei centri commerciali.

Il caso più eclatante, da noi, è quello delle statue nuragiche di Mont’e Prama, ridotte a piazzisti cartonati (pardon: pietrificati) in giro per il mondo, in disprezzo della loro delicatezza, avulse dal loro contesto, sterilizzate e parlanti un improbabile italinglish, come nella triste esposizione dell’aeroporto di Alghero che ci assicura: «Legend becoms reality», oh yeah, con annesso «coupon 1 euro discount». Chissà se ci sarà presto anche un ‘fuori tutto!’.

Abbiamo un altro primato in Sardegna la prima McFondazione archeologica al mondo.

Stay tuned.

PS.

Le citazioni di Silberman e di Silverman sono tratte dal volume: Y. Hamilakis, Ph. Duke (edd.), Archaeology and Capitalism from Ethics to Politics, Walnut Creek (CA), Left Coast Press, 2007. La traduzione è mia.

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