Francesco Guccini e l’arte di saper parlare d’amore, di morte e di altre sciocchezze
6 Agosto 2026
Ditemelo voi, si domandava il drammaturgo Samuel Beckett nel suo capolavoro ‘’Aspettando Godot’’, come si fa a essere brevi e al tempo stesso chiari.
Forse, una delle risposte più immediate, autentiche, chiare e che calzano a pennello la si trova in un disco come ‘’D’amore di morte e di altre sciocchezze’’ – di cui nel 2026 ricorrono i trent’anni dall’uscita – realizzato da uno dei pilastri del cantautorato nostrano ovvero Francesco Guccini congedatosi da questa buffa, e spesso bizzarra, vita terrena in data odierna, 6 agosto del 2026.
Una vita piena zeppa di contraddizioni, di incongruenze e di momenti dalla parvenza felice che il cantautore romagnolo classe 1940 ha saputo descrivere sapientemente in un disco – il diciassettesimo della sua carriera longeva e sempre vissuta da protagonista – che rappresenta un tassello prezioso in un percorso ricco ed estremamente variegato come il suo. Un disco costituito da nove tracce dove testi di assoluto spessore e accompagnamenti musicali curati nei minimi dettagli si uniscono dando vita a un’opera d’arte totale in cui immergersi con il brio e l’entusiasmo di chi sa andare ben oltre una visione superficiale della realtà.
L’album si apre con ‘’Lettera’’ in cui una ritmica incisiva di batteria si unisce perfettamente al tono sommesso e in crescendo di Guccini che afferma: «l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono stato». Parole che restano impresse all’interno di un brano che rappresenta un vero e proprio inno per coloro che non si sono stancati di aspettare sempre l’inverno per desiderare poi una nuova estate. In ‘’Vorrei’’ un tappeto ritmico all’insegna dell’alchimia tra chitarra e armonica permeano una poesia messa in musica dall’atmosfera bucolica. ‘’Vorrei’’ è la presa di posizione di chi sa restare solo con i propri pensieri, senza avere la necessità di riempire la propria solitudine con persone verso cui non si nutre alcuna stima e verso cui non si prova la minima affinità.
È il turno di ‘’Quattro stracci’’ in cui Guccini rimarca: «sono fiero del mio sognare, di questo eterno mio incespicare». Sono versi tra i più significativi tra quelli scritti in tanti anni di attività, versi da cui emerge la consapevolezza profonda di chi sa che ognuno ha la propria concezione di libertà e di verità e non sente di certo il bisogno di imporre la propria visione del mondo agli altri. Il suono ipnotico e struggente del sassofono introduce nel brano ‘’Stelle’’ all’atmosfera magica della notte, alle sue infinite suggestioni e ai suoi irrisolti misteri. Una notte enigmatica e al contempo affascinante durante la quale accorgersi che si è sempre in bilico tra morte e rose. In ‘’Canzone delle colombe e del fiore’’ Guccini parla della gioia di mille sere e la contrappone a un momento di solo pianto.
Una contraddizione questa? Forse sì, come d’altronde lo è la vita considerata nella sua interezza. Si passa poi a ‘’Il caduto’’ dove colpiscono queste parole: «un vento incessante mi soffia continua paura». Sono parole di dolore, parole sofferte, parole che racchiudono il timore di chi si è trovato a dover affrontare una guerra e a dover imbracciare un’arma senza immaginare minimamente quello a cui stava andando incontro.
Uno dei pezzi più rilevanti del progetto è senza dubbio ‘’Cirano’’, ovvero l’essenza di cosa significa fare satira in maniera sopraffina e ben ponderata. Guccini usa la sua penna come una spada con cui si scaglia contro poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campano di versi senza forza con soldi e gloria ma senza scorza.
Un elogio divertito e brillante a quel pizzico di sana pazzia che consente di tramutare la vita in una commedia esilarante e vivace lo si trova ne ‘’Il matto’’, una traccia dia toni beffardi come beffarda, d’altronde, è l’esistenza. Un’esistenza da osservare con sguardo ironico proprio come nel brano conclusivo ‘’I fichi’’ – tra le nove tracce contenute nel progetto l’unica registrata in versione live – in cui Guccini in maniera sorniona precisa subito: «la canzone onestamente come testo non è un granché».
Chiaramente non è vero ma, talvolta, tirarsi un po’ le orecchie da soli non è poi così male per ricordarsi che siamo umani. Profondamente umani. Pieni zeppi di tutte quelle incertezze che, se colte nella loro totalità, possono rivelarsi occasioni preziose di crescita e, soprattutto, una ricchezza da non sprecare.







