La vittoria, il riflusso, i silenzi e i pericoli

16 Giugno 2016
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Marco Ligas

A Cagliari la vittoria di Massimo Zedda al primo turno delle elezioni ha reso immediatamente operativa la fase del dopo voto: si discute infatti con sollecitudine su quale Giunta avrà la città, sui partiti della coalizione che avranno un peso importante nell’esecutivo, insomma su come cambierà, se cambierà, la compagine della nuova Amministrazione. In questo confronto i bisogni dei cittadini, ancora una volta, rimangono in ombra; ma di queste questioni, così viene detto, se ne parlerà successivamente quando sarà ultimata l’attribuzione degli incarichi.

Comunque va sottolineato come nel dibattito in corso, seppure non sollecitate direttamente dalla coalizione che ha vinto le elezioni, non manchino indicazioni per una riflessione sui temi più specificamente politici, per esempio sul che fare perché l’Amministrazione risponda adeguatamente ai bisogni dei cittadini (servizi sociali, viabilità, recupero delle aree urbane degradate, ecc.). E sarà bene non sottovalutare queste sollecitazioni. Su di esse la Giunta che sta per nascere dovrà prestare attenzione.

È importante preliminarmente riflettere sulla partecipazione degli elettori cagliaritani al voto. I dati di queste ultime elezioni confermano un riflusso: ancora una volta il numero di coloro che si sono recati alle urne si è ridotto. Va avanti e si consolida dunque il processo in atto da diversi anni. Non si riesce a contenerlo anche perché chi si candida alla guida delle istituzioni, siano esse locali o nazionali, non fa niente per correggerlo. L’importante, dicono più o meno esplicitamente i futuri amministratori, è ottenere il consenso per poter governare. Ma questa è un’affermazione ambigua, appartiene ad una prassi pericolosa e inadeguata al consolidamento della democrazia. Non a caso su questi presupposti sono state votate negli ultimi decenni leggi elettorali tipiche di un sistema maggioritario che non incoraggia gli elettori alla partecipazione e nulla hanno a che vedere con l’ispirazione della nostra Costituzione.

Un metodo di lavoro che la prossima giunta Zedda dovrebbe/potrebbe far proprio riguarda perciò il coinvolgimento reale dei cittadini nella vita amministrativa della città, anche attraverso la diffusione di strumenti di partecipazione diretta; fare in modo cioè che i singoli progetti di cui la città ha bisogno nascano insieme ai cittadini e non cadano dall’alto. È un lavoro certamente difficile ma la crescita politica dei cagliaritani impone necessariamente questa scelta. È da qui che può ripartire una rinnovata affezione verso le urne.

Il tema della partecipazione richiama immediatamente un altro aspetto della vita politica di una città e della sua amministrazione. Riguarda i rapporti con la politica nazionale. Sempre più frequentemente chi governa a Roma si arroga il diritto di imporre limitazioni alle istituzioni periferiche come se le loro attività amministrative non fossero importanti. Queste limitazioni vengono giustificate attraverso una conclamata esigenza di Unità Nazionale.

Noi sardi conosciamo molto bene questa vecchia tendenza governativa: ha una natura antica e non a caso la consideriamo un residuato della politica Savoiarda. In realtà si vuole negare alle regioni periferiche e alle loro popolazioni anche la più ovvia delle autonomie: quella di tutelare, fra le altre cose, il proprio territorio dalle servitù militari e dalle esercitazioni che si svolgono ripetutamente; queste esercitazioni sono sempre funzionali alle iniziative belliche, chiunque le programmi. Le aspirazioni di pace del popolo sardo impongono il rispetto della nostra autonomia.

Può un’amministrazione comunale opporsi a queste ingerenze? Intanto potrebbe/dovrebbe denunciare le sopraffazioni che vengono effettuate a danno dei propri cittadini perché ne prendano coscienza. Chi amministra le nostre città ha l’obbligo morale di coinvolgere i cittadini su questioni di cosi grande importanza. Le forze politiche si comporteranno poi di conseguenza.

Soprattutto su queste questioni il silenzio non è di sinistra né di centro sinistra, alimenta solo l’ignavia. Eppure, quando nei mesi scorsi c’è stata nella nostra regione una presenza massiccia dei militari della Nato che hanno effettuato le esercitazioni del Trident Juncture, nessun rappresentante delle nostre istituzioni regionali, compresa la Giunta di Cagliari, ha espresso un’opinione critica.

Non è perciò casuale che in questo dopo elezioni qualcuno si chieda quale schieramento politico abbia vinto realmente. Il Pd e alcuni rappresentanti di Sel sostengono con determinazione che queste elezioni le ha vinte il centro sinistra. Davvero è così? Il segretario cittadino del Psd’Az, nuovo alleato della coalizione, ci tiene a ribadire che il suo partito in questa occasione non ha tradito nessuno, tanto meno il centro destra dalle cui fila proviene, essendo stato in passato sia capogruppo dell’Udc sia consigliere e assessore di Forza Italia col sindaco Floris.

Non sappiamo se il segretario Chessa abbia delle relazioni con Verdini, certamente questa sua presentazione le lascia supporre. Per queste ragioni sarebbe più prudente che sia il Pd sia Sel non considerassero la Giunta attuale una Giunta del solo centro sinistra. Tanto più che già qualcuno sostiene, forse con qualche forzatura, che se proprio si vuol dare un nome alla coalizione, sarebbe più opportuno definirla figlia del Partito della nazione, viste le analogie col governo Renzi.

Naturalmente ci auguriamo che già le prossime iniziative della Giunta smentiscano questi pericoli e che prevalgano nella sua politica gli interessi dei cittadini di Cagliari e non quelli dei soliti gruppi clientelari. Dall’esame del voto del 5 giugno non si possono escludere le formazioni della sinistra. La crisi che attraversano sembra irreversibile; quando partecipano alle elezioni difficilmente raggiungono risultati convincenti, si fermano sempre più spesso all’uno o al due virgola. Solitamente si presentano separate come se dovessero tutelare particolari principi identitari che non possono condividere tra loro. È un vecchio limite che col passare del tempo si consolida.

Non è difficile capire che serve una ricostruzione, partendo però non da ciò che rimane dei vecchi apparati ma da quel che succede nel mondo reale con l’obiettivo di dare vitalità ai valori della giustizia sociale, della libertà, della partecipazione, della democrazia e dell’uguaglianza. Affronteremo nei prossimi numeri del Manifesto sardo questi temi attraverso una riflessione attenta e severa.

1 Commento a “La vittoria, il riflusso, i silenzi e i pericoli”

  1. Gavinu Dettori scrive:

    Raccogliendo le sollecitazioni dell’articolo, parto dalle considerazione della conclusione: cosa fare per dare attuazione alle esigenze dei cittadini, anche se la risposta vi è già manifestata, ed il come, riguarda l’impegno politico direttamente nel sociale.
    Un impegno che i vecchi militanti già conoscono e che attuavano in seno alle direttive dei “ vecchi partiti” attraverso le sezioni diffuse nei quartieri e quindi a contatto diretto della popolazione. Questo contatto diretto, è quello che tutti i politici proclamano di fare in fase elettorale, pur sapendo che sarà inattuabile essendosi la vita ed i mezzi di informazione completamente trasformati, e vivendo, una “democrazia” che permette un tenore di libertà anche standosene rinchiuso sempre in casa.
    Ora è semplice richiamare al coinvolgimento dei cittadini anche le amministrazioni comunali. Questo potrebbe avvenire su alcuni specifici problemi, ma la sensibilizzazione politica spetterebbe sempre ai partiti.
    Oggi non credo che ci siano partiti che nascono con una struttura tale da poter coinvolgere direttamente i cittadini, anche perchè sono strutturati non su un’ideale di vita sociale, ma sulla persona che deve essere sufficientemente ricca da permetterne il funzionamento e perseguimento degli ineressi privati del fondatore. Così nella nostra recente campagna elettorale erano poche le scelte su una lista che avesse o si rifacesse ad un ideale non personale.

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