Le poesie di Mercede Mundula, tra profonda consapevolezza di sé e la speranza di un domani migliore

20 Aprile 2026
Mercede Mundula, opera di Amelia Camboni

[Mattia Lasio]

Una spinta interiore che non teme barriere e tantomeno limiti, capace di travalicare sensazioni di angoscia e timori celati.

La poesia è questo, oltre che molto altro, e sa regalare emozioni preziose in grado di lasciare un segno profondo nell’animo di chi è veramente in grado di recepirla e farla propria. E se alle emozioni si fa riferimento, è d’obbligo il riferimento a Mercede Mundula poetessa simbolo della letteratura sarda, e non solo, di cui nel 2027 ricorreranno gli ottant’anni dalla morte.

Una poetessa di grande eleganza e intensità, legata visceralmente alla sua città natale ovvero Cagliari, capace di spaziare dall’arte del verseggiare a quella della prosa, senza dimenticare il genere biografico – da sottolineare le biografie che ha realizzato su due donne del calibro di Teresa d’Avila e Giuseppina Strepponi – e la letteratura per ragazzi oltre alle svariate e prestigiose collaborazioni con riviste come ‘’L’Italia che scrive’’, ‘’Nuova Antologia’’ e ‘’La Lettura’’.

La sua è una poetica di grande impatto e al contempo di fine delicatezza che traspare appieno dalla raccolta curata dalle figlie Adriana e Marcella Caboni dal titolo ‘’Poesie’’, pubblicata dalla casa editrice AM&D nel 1997 in occasione dei cinquant’anni dalla sua morte, contenente alcuni componimenti inediti realizzati tra il 1933 e il 1946 e alcune liriche tratte dalle due raccolte ‘’La piccola lampada’’ del 1923 e ‘’La collana di vetro’’ del 1933. A suggellare il tutto spicca il componimento conclusivo ‘’Sa partenzia ‘e Sant’Efis’’ – composto in campidanese con tradizione italiana accanto – ovvero una delle dediche più struggenti al capoluogo sardo, scritta poco dopo i bombardamenti sulla città del 1943 durante il secondo conflitto bellico.

Le liriche di Mercede Mundula – nata a Cagliari nel 1890 e trasferitasi a Roma nel 1912 dopo il matrimonio, città in cui morì nel 1947 – come ricordano nella prefazione le figlie Adriana e Marcella Caboni sono componimenti «dove ancora respirano i sogni e le speranze di una così gentile e delicata poetessa». Una poetessa che ha saputo trarre il meglio da letture di rilievo come Shakespeare, Shelley, Keats senza dimenticare la poesia dannunziana e pascoliana oltre al prezioso supporto del prozio Antonio Scano, noto parlamentare e avvocato sardo – oltre che poeta raffinato – che ebbe un ruolo fondamentale nel darle fiducia e nell’esortarla a proseguire nella sua passione per la scrittura così come fece con Grazia Deledda.

In questa raccolta di liriche di Mercede Mundula risaltano componimenti come ‘’Troppe stelle’’ in cui scrive: «troppe stelle nel grande arco del cielo brillan stasera per la mia tristezza», così come ‘’Un cipresso’’ dove nell’affrontare la tematica della fine dell’esistenza mette le cose in chiaro con schiettezza e risolutezza affermando: «no, non mettete intorno alla mia tomba rose languenti o il molto vano alloro. Solitario s’innalzi, austero e forte, come impietrata fiamma e muto grido un cipresso colore della morte».

La morte lascia il posto nel componimento intitolato ‘’Attesa’’ alla fiducia e all’importanza del saper aspettare, concetti racchiusi da queste parole: «o sorella minor della speranza, o attesa un poco trepida e stupita di meraviglie ignote, d’incantati ritorni, sei tu che doni all’instancabil cuore il fremito segreto che colora di nuova luce i fuggitivi giorni». Una dolce malinconia permea i versi contenuti in ‘’Vendemmia’’ dove si legge: «giunta è ormai la stagione di distillar dai maturati giorni la forza e la dolcezza. Un vendemmiar vorrei caldo di sole e vivo di colore, quasi salisse ancor nel cielo chiaro l’indugiante canto dell’estate».

La complessità dei ricordi e dell’atto del ricordare sono espressi in ”Camelie” con un flusso di pensieri dai tratti elegiaci: «la memoria si perde, non c’è cuore di rosa fragrante nel passato come quei bianchi cespi senza odore oltre il muro assolato». Tra i versi più pregnanti spiccano quelli in conclusione de ‘’Il comando’’, dalle influenze bibliche, in cui si torna a riflettere sulla conclusione della vita terrena. A riguardo afferma: «Signor, mi stacco dall’angusto porto, lascio la nebbia di maree infeconde, e prendo il largo e verso Te mi porto in una immensità che non ha sponde».

Sentimenti nostalgici traspaiono da ‘’La veste bianca’’ in cui ci si pone domande esistenziali come: «dov’è la mia adolescenza e dove i miei sogni e il tremore di quei limpidi giorni?», domande che però non cancellano il desiderio di sorridere e di trarre il meglio da ogni giorno nuovo vissuto, sentimenti questi condensati dai versi finali: «ma resta ancora in te come in questa mia giovinezza una non spenta dolcezza». Il legame profondo con il luogo in cui è nata e cresciuta contraddistingue ‘’Terra di Sardegna’’ dove l’autrice definisce la propria terra natale «Isola silente chiusa nel suo dolor che non implora» per poi aggiungere nel finale: «fiamma tu sei che non si smorza e sorgente tu sei che sempre canta». Una fiamma che non smette di bruciare come rimarcato ne ‘’L’arcobaleno’’in cui conclude: «dal dolore umano nasce il raggiante stelo del tuo bell’arco vano che allaccia terra e cielo».

 Il gran finale è sancito da ‘’Sa partenzia ‘e Sant’Efis’’ in cui sono tre i punti centrali attorno a cui ruota la riflessione di Mercede Mundula, a cominciare dal profondo senso di devozione verso Sant’Efisio festeggiato ogni 1º maggio con una processione tramite cui la statua del martire viene portata da Cagliari sino a Nora. Un amore autentico e puro emerge da questi versi. «Che bello il vederlo in gran montura, tutta completa da soldato romano, con una corazza luccicante e un gran manto da grande capitano».

Il secondo punto è rappresentato dalla sofferenza per i bombardamenti del 1943 che hanno messo in ginocchio il capoluogo. Un dolore lacerante affiora da queste parole: «Senza pietà è stata distrutta, ogni angolo è stato frantumato, non c’è più niente di quello che c’era, niente di quello che avevamo amato». Eppure, e così si arriva al terzo e fondamentale aspetto che caratterizza il componimento, la fiducia in un domani migliore in cui ricominciare non viene mai meno e la conclusione ne è la piena testimonianza: «forte è il cuore che vuole sperare: nero era il cielo là dove è albeggiato e Cagliari sarà di nuovo più bella».

Una Cagliari che Mercede Mundula ha saputo descrivere sapientemente testimoniando un amore autentico nei suoi riguardi, una Cagliari che, oggi più che mai, deve avere la consapevolezza che si può sempre essere migliori senza mai dare nulla per scontato.

Scrivi un commento


Ciascun commento potrà avere una lunghezza massima di 1500 battute.
Non sono ammessi commenti consecutivi.


caratteri disponibili

----------------------------------------------------------------------------------------
ALTRI ARTICOLI