L’eterno confronto tra sé e gli altri racchiuso in ‘’Uno, nessuno e centomila’’ di Luigi Pirandello
8 Maggio 2026
«Nulla turba e sconcerta più di due occhi vani che dimostrino di non vederci, o di non vedere ciò che noi vediamo».
A pronunciare queste parole è Vitangelo Moscarda, protagonista dell’ultimo, e forse più completo e significativo, romanzo di Luigi Pirandello intitolato ‘’Uno, nessuno e centomila’’ di cui nel 2026 ricorrono i cento anni dalla pubblicazione. Un’opera, quella dello scrittore di Girgenti classe 1867 Premio Nobel per la letteratura nel 1934, che definire simbolo sarebbe fin troppo ovvio, un’opera che chiamare capolavoro sarebbe quasi scontato seppur estremamente veritiero come giudizio di primo acchito: ‘’Uno, nessuno e centomila’’ è molto di più di commenti lusinghieri, di lodi ed elogi: rappresenta la presa di posizione di un alienato che non tollera più di adempiere a compiti che non ha mai amato, che non vuole tacere davanti all’immagine che le altre persone si sono fatte di lui nel corso del tempo e, soprattutto, è la rivincita – seppur non all’insegna di certo di toni trionfalistici e bonari – di chi ha preso piena consapevolezza delle infinite sfumature dentro di sé e della profonda ipocrisia che caratterizza le persone, soprattutto quelle che si ritengono esenti da critiche e che ritengono di non avere mai commesso sbagli.
Pirandello dà alla luce quest’opera dieci anni prima della sua morte, riuscendo appieno a condensare tutta la sua poetica già espressa intensamente in precedenza nelle raccolte di novelle, nella sua proficua attività teatrale e nei restanti romanzi pubblicati. Sa come colpire e chi vuole colpire e questo traspare sin dall’incipit dell’opera dove risalta immediatamente lo stato di crisi interiore, profonda, in cui si trova il protagonista Vitangelo Moscarda, ventottenne benestante erede nell’immaginaria città di Richieri della banca del padre defunto, affiancato dai due soci che non tollera di nome Firbo e Quantorzo e da una moglie di nome Dida, che lo soprannomina Gengè, che fa scaturire in lui il dubbio sul significato della propria esistenza rivelandogli di avere il naso pendente. Una questione irrisoria, apparentemente, e meramente estetica offre lo spunto al Moscarda per definirsi subito con chiarezza: «Ero rimasto così, fermo ai primi passi di tante vie», dichiara, «con lo spirito pieno di mondi, o di sassolini; che fa lo stesso. Ma non mi pareva affatto che quelli che m’erano passati avanti e avevano percorso tutta la via, ne sapessero in sostanza più di me».
È chiaro sin dall’avvio delle vicende narrate: da una parte c’è Moscarda, dall’altra ci sono gli altri. E sarà proprio il rapporto e l’eterno confronto tra l’io e gli altri e tra quello che gli altri pensano e di conseguenza dicono che costituisce il fil rouge attorno a cui ruota la riflessione pirandelliana. Una riflessione che tratta varie tematiche a cominciare dalla solitudine così descritta: «la vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi. Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel che ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’era io stesso: l’estraneo inseparabile da me». La necessità di essere soli, la necessità di capire e di guardare oltre: perché farlo? Ci si potrebbe lecitamente domandare. Forse perché è solo restando a tu per tu con le proprie psicosi più profonde e tenute celate che ci si può accorgere di cosa non va e di chi si è veramente. A costo anche di destabilizzare chi si ha davanti e restare a propria volta sorpresi, non sempre in positivo. La personalità di Vitangelo Moscarda è quella di un alienato che non vuole cedere il passo all’inettitudine, i suoi monologhi possono essere letti in molteplici maniere: c’è chi in lui potrebbe vedere uno sconfitto che sa di essere tale e che delira, chi una figura profondamente angosciata e angosciante e chi, invece, sa coglierne la ribellione, il desiderio di levarsi di dosso etichette e pregiudizi frutto delle riflessioni- spesso non ponderate – degli altri. Altri che, a differenza del Moscarda, di guardarsi dentro non hanno alcuna intenzione.
Una delle analisi più interessanti, tra le tante che emergono dall’opera, è quella relativa alla natura racchiusa da queste parole: «Ma se gli alberi pensassero, Dio mio, e potessero parlare, chissà che direbbero questi poverelli che, per farci ombra, facciamo crescere in mezzo alla città! Pare che chiedano, nel vedersi così specchiati in queste vetrine di botteghe, che stiano a farci qua, tra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina». Pirandello con quell’abilità narrativa fluida e risoluta di cui dispongono solo i fuoriclasse pone l’accento sulle costruzioni campate per aria che le persone fanno costantemente senza motivo, si focalizza su quelle che definisce le necessità cieche della vita, affronta il rapporto tra genitori e figli spesso ridotto a un triste quieto vivere privo di trasporto emotivo, mette nero su bianco le prigioni interiori in cui, spesso incosciamente, si finisce intrappolati a causa di atti compiuti e frasi dette in momenti dove, forse, sarebbe stato meglio prendersi più tempo per riflettere piuttosto che agire.
Il rapporto tra il proprio io e la gente, e soprattutto il modo in cui la gente osserva e vede chi ha fronte a sé, trova la sua massima concretizzazione nelle parole che il Moscarda rivolge alla povera cagnolina Bibì: «Eh, Bibì la gente mi guarda. Ha questo vizio, la gente, e non se lo può levare. Ah, Bibì, Bibì, come faccio? Io non posso più vedermi guardato. Neanche da te. Ho paura anche di come ora mi guardi tu. Io ho perduto, perduto per sempre la realtà mia e quella di tutte le cose negli occhi degli altri». Occhi che sanno guardare in maniera indelicata, occhi che sanno ferire, occhi che non lasciano indifferenti. Immancabile anche una riflessione legata rapporto tra le persone e la fede, punto affrontato ancora una volta durante una conversazione a senso unico tra il protagonista e Bibì: «Gli uomini, vedi? », afferma Vitangelo, «hanno bisogno di fabbricare una casa anche ai loro sentimenti. Non basta loro averli dentro, nel cuore, i sentimenti: se li vogliono vedere anche fuori, toccarli; e costruiscono loro una casa». Una casa fatta di apparenze, una casa pronta a crollare. Apparenze che Moscarda non tollera più e che, in cuor suo, non ha mai tollerato. Apparenze in cui le persone amano trincerarsi, tramutando la propria vita in una grande farsa.
Una vita che Pirandello – sempre tramite le parole di Moscarda rivolte alla giovane Anna Rosa per cui prova un sentimento di attrazione e la quale, in circostanze ambigue, cercherà di ucciderlo – sintetizza in questa maniera: «Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire». È un concetto che mette, da un certo punto di vista, spalle al muro ma che al contempo invita a non cadere nella trappola dell’inedia. L’atto conclusivo dell’opera è sancito dalla riflessione sui nomi che le persone donano a ciò che ritengono la verità: nomi che ingannano, nomi che si tramutano in etichette e di conseguenze in gabbie che imprigionano. «Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome», conclude con disincanto e un pizzico di doverosa fierezza Vitangelo Moscarda. «Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita». Proprio così, non sa di nomi precostituiti la vita bensì di centomila sfaccettature che è fondamentale cogliere e non lasciarsi sfuggire. Sfaccettature da tenere strette, sfaccettature che ci rendono, nonostante tutto, ancora profondamente umani.







