Essere madri in una terra che non è la propria

16 Giugno 2016
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Red

Grande partecipazione della cittadinanza ieri sera al Centro di Quartiere La Bottega dei Sogni di Piazzetta Savoia a Cagliari per la proiezione del film documentario “Madri in terra straniera”. Durante la presentazione Valeria Ligas dell’associazione Efys Onlus ha sottolineato come lo stesso centro di quartiere è una realtà che lavora quotidianamente con le famiglie e in particolare le madri, sia italiane che di origine straniera.

“Il nostro film racconta l’esperienza di essere madri in una terra che non è la propria” ha dichiarato l’autore del film Marco Spanu aggiungendo come “Dietro questa frase si nascondano solitudini, paure, incomprensioni, insicurezze e una domanda principale, comune a tutte le mamme: riuscirò ad essere una buona madre?”.

Il film, realizzato da Gabriele Meloni e Marco Spanu per l’associazione inMediAzione di Cagliari, è un ponte tra tante realtà: quella dell’associazionismo (quello indispensabile di Aidos Sardegna: Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo), e quello sanitario/umano/sociale del Consultorio (quello multiculturale di via Sassari, vera e propria “casa delle donne”, a prescindere dalla nazionalità), ma soprattutto con la dimensione intima del rapporto tra una madre e il suo bambino.

“Un rapporto che presuppone per la donna un continuo mettersi alla prova” ha detto il regista Marco Spanu mettendo in luce le numerose difficoltà: “l’avere a che fare con medici che non parlano la tua lingua, non ricevere il supporto della propria famiglia, soprattutto della propria madre, a volte neanche del proprio compagno, sono alcune delle sfide che queste donne si trovano ad affrontare”.

È in questo “territorio di sfida” che si inserisce il documentario, che racconta con i suoi silenzi (più che con le parole), la dolcezza con quale queste madri affrontano le sfide di ogni giorno, e l’intimità di un rapporto che le parole proprio non riescono a spiegare.

Ogni donna illustra una fase particolare: Tingting, Cinese, costretta a partire da Cagliari alla volta di Ravenna per raggiungere la madre che è l’unica che la possa assistere durante il parto, parla della solitudine della donna straniera; Paulina, Polacca, con il suo rapporto con i medici ci parla del suo punto di vista e del confronto con le madri italiane; Queen, Nigeriana, ci parla di quella fase in cui il bambino cresce, e si affaccia la questione di dover trasferire al bambino parte delle proprie radici culturali (cosa e in che modo?); Fatima, Marocchina, ci illustra il ruolo della madre straniera, vera e propria mediatrice culturale, che si trova a dover mediare nell’educazione del figlio, tra la cultura del paese ospitante e quella del proprio paese di origine, che si trova quindi a modellare nel proprio figlio, il futuro cittadino.

Il film non vuole dare risposte preconfezionate o definitive, ma si prende la libertà di raccontare le tematiche descritte attraverso la poetica simbiosi tra una madre e il suo bambino, i loro gesti, i loro sguardi.

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