Ora ne discutiamo

1 Marzo 2009

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Dibattito promosso dal Manifesto Sardo
Gli interventi saranno progressivamente aggiunti e indicizzati (Red.)

Marco Ligas Riflessioni sul voto
Marcello Madau Essi vivono.
Natalino Piras Acqua gelata, acqua bollente.
Andrea Pubusa Soru il trenta per cento.
Gianluca Scroccu Dopo lo tsunami.
Gianni Loy Quel che non siamo, quel che non vogliamo.
Enrico Lobina Quel PRC a Cagliari, un disastro preferenziale.


Riflessioni sul voto

Marco Ligas
Credo che siano pochi coloro che hanno ipotizzato, per le elezioni del 15/16 febbraio, un risultato così clamoroso. Ugo Cappellacci, a cui Berlusconi ha affidato l’incarico di vicerè, è stato il vero trionfatore. Sicuramente questo esito consoliderà l’ipotesi che la Sardegna possa essere ancora terra di conquista da parte di una classe dirigente che conserva forti tentazioni colonialistiche.
La sconfitta di Soru è stata netta e il suo significato è andato oltre la dimensione regionale soprattutto perché è avvenuta dopo diversi tracolli elettorali. Non a caso ha determinato le dimissioni di Veltroni. Eppure si pensava, dopo un attacco durissimo, senza precedenti, sferrato da Berlusconi contro la Costituzione e il Presidente della Repubblica, e dopo una serie di provvedimenti tesi a ridimensionare le libertà dei cittadini, che gli elettori sardi potessero prendere le distanze dalla politica del governo. Non è andata così e si tratta di riflettere sulle ragioni della sconfitta che, verosimilmente, ha radici lontane. Per queste ragioni è opportuno evitare spiegazioni sommarie che attribuiscono le cause della sconfitta a chi si ritiene abbia remato contro Soru o al suo autoritarismo
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È da decenni che il nostro paese subisce forme di manipolazione del consenso mai verificatesi prima. Un martellamento sistematico agisce sui processi educativi, sui modi di formazione e di socializzazione, forgiando nei cittadini valori di conformità alle esigenze di chi detiene il potere. I mezzi di comunicazione di massa vengono impiegati in modo sempre più diffuso per rispondere a questa esigenza. Il conflitto di interessi, di cui tanto si parla ma inutilmente, non è un’astrusità; è un fenomeno che agisce concretamente sulle relazioni tra le persone, influisce sulle loro scelte e spesso le determina. Se chi detiene il controllo dei mezzi di comunicazione può anche governare il paese, si trova automaticamente in una condizione di privilegio assoluto, di monopolio, e dunque può padroneggiare a piacimento. Si possono citare molteplici esempi. L’Italia è un paese che ha una percentuale molto bassa di lettori di quotidiani. E allora le informazioni politiche, tutte opportunamente filtrate, passano attraverso il telegiornale: sono frequenti le interviste ai soliti personaggi, gli insulti ai rappresentanti dell’opposizione e le immagini del premier sempre sorridente e rassicurante (il bon ton non guasta mai). Se vengono licenziati migliaia di lavoratori Sacconi o Brunetta ci informano che si sta risanando l’economia del paese; se muore qualcuno sul lavoro è opportuno non dare la notizia in prima, meglio dopo l’invito del Papa affinché venga difesa la vita, e così via. Se invece analizziamo i programmi di intrattenimento abbiamo da scegliere: si va dalla TV guardona del grande fratello all’isola dei famosi, ai varietà del sabato e della domenica, tutte opzioni che appassionano. E tutte molto istruttive per le donne perché imparino a mettere in evidenza e rendere disponibile il loro corpo in previsione di una possibile carriera in politica, magari come ministre.
È vero che tutte le società, anche quelle passate, hanno avuto bisogno e si sono adoperate per produrre artificialmente il consenso, ma in quella odierna si intrecciano e convivono i diversi modelli del passato e del presente: si va dal rafforzamento delle ideologie imprenditoriali al rilancio dei principi più anacronistici della religione cattolica. In Italia sembriamo di nuovo negli anni ’50 quando si portavano in giro, casa per casa, le madonnine. Del resto, quali sono i significati dei recenti incontri del nostro Presidente del Consiglio con le massime gerarchie della Chiesa sarda? Ne cogliamo due principalmente: 1) uno scambio tra il voto cattolico e un sostegno materiale alla Chiesa, 2) la richiesta dell’assunzione delle prescrizioni più illiberali della religione cattolica nel programma politico della Regione e del paese.
Oggi più che mai gli interventi dei mass media tendono a consolidare i valori fondati sull’individualismo e sul mantenimento dell’ordine sociale anche attraverso l’esclusione o la messa ai margini delle persone più deboli, presentate come turbatrici della convivenza civile. E intanto vengono mandati messaggi ingannevoli secondo cui tutti possono riuscire nella vita, tutti possono accedere a posti di responsabilità e di successo: le carriere del Premier o di qualche pregiudicato lo dimostrerebbero inequivocabilmente!
Proclami di questo genere sono sempre più frequenti e raggiungono tutto il paese; naturalmente arrivano anche in Sardegna e spesso sono convincenti; seducono più dei messaggi che invitano alla difesa della sardità soprattutto quando questa non è definita con indicatori adeguati e convincenti. A volte riteniamo, commettendo una grave imprudenza, che la nostra identità isolana sia sufficientemente protetta quando riusciamo a parlare a migliaia di persone che hanno già un orientamento, e dimentichiamo come sarebbe più utile promuovere una formazione culturale a sostegno delle persone meno sicure e perciò più esposte alla lusinghe del clientelismo. Non escludo che una ragione della sconfitta elettorale sia dovuta anche a questa disattenzione.
Naturalmente non bisogna pensare che per ottenere il consenso su valori propri della cultura del movimento operaio sia sufficiente appropriarsi dei mezzi di comunicazione. È preliminare che questi valori siano alimentati e vivano nella società attraverso un lavoro minuzioso finalizzato al cambiamento. Ritengo che su questo terreno abbiamo ancora molto da imparare. E non credo che sia possibile imitando la strategia degli avversari.
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Sappiamo come la crisi del capitalismo faccia da cornice e alimenti questi processi. L’esito delle ultime elezioni ha confermato ancora una volta come la crisi economica favorisca le coalizioni di destra. Le persone che perdono il lavoro e che non hanno alternative non possono accettare soluzioni proiettate nel futuro. Hanno bisogno di risposte immediate, di ammortizzatori sociali o di nuove opportunità lavorative, soprattutto hanno bisogno di una classe dirigente che senta come propri i loro bisogni e si adoperi per dare risposte adeguate. In Sardegna la crisi economica di questi mesi ha avuto effetti pesantissimi perché ha accelerato il processo di smantellamento delle fabbriche superstiti. Da parte della Giunta non c’è stato un impegno adeguato per fronteggiare la crisi, soprattutto è mancata la capacità di promuovere tempestivamente quelle attività indirizzate alla riconversione dell’economia; è apparso più credibile l’intervento del governo e così in molti Comuni dove la crisi è più drammatica il voto ha sancito una netta affermazione della coalizione di centrodestra. Anche questa è una causa importante della sconfitta elettorale che dovrebbe indurre tutti ad un’ analisi più puntuale.
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Continuando l’esame del voto, non si può non parlare del PD e della sinistra. Negli ultimi anni Soru e tutto il Partito Democratico hanno dato vita ad un conflitto permanente. È risultato evidente come la posta in palio di questa contrapposizione fosse il controllo del partito. Quando scattano questi conflitti l’esito è prevedibile e indica una sconfitta per tutti, come poi è successo. La componente emarginata ha tirato i remi in barca e ha fatto ben poco durante la campagna elettorale. Soru e i suoi sostenitori, al contrario, si sono impegnati a fondo. Ma si coglieva nell’impegno di questa componente una forma irragionevole del concetto di delega, il mettersi a disposizione di un leader nella convinzione che possa rappresentare da solo interessi e speranze di una collettività. Questo atteggiamento è la prova tangibile della crisi della democrazia partecipata, certamente la conseguenza nefasta della scelta di chi ha visto nella leggerezza dei partiti uno sbocco alla crisi della prima repubblica; è anche la prova della stanchezza di molti cittadini che si sentono impotenti nell’affrontare e correggere l’arroganza di una classe dirigente inadeguata.
Le formazioni della sinistra hanno interrotto il loro declino, ma la loro crisi permane. Soprattutto permane la tendenza a voler fare ciascuno da sé, proprio quando occorre ritrovare una dimensione diversa per far politica, una dimensione che ponga al primo posto la partecipazione del mondo del lavoro e dei giovani, al fine di evitare qualsiasi deriva autoritaria. Se non si riscoprono l’utilità e l’importanza di questa dimensione continuerà l’impoverimento della vita politica e non si farà alcun passo in avanti nella ricostruzione di quelle reti partecipative necessarie per la tutela della democrazia.

Essi vivono

Marcello Madau
Le classi subalterne non votano più a sinistra: è un’osservazione che colpisce particolarmente in queste elezioni. Il dato, che non è nuovo, è assai significativo. La debolezza del PD, e della sinistra, proprio nelle zone a tradizione operaia, è fatto evidente. Non è sbagliato sottolineare la maggiore incisività della destra sui temi legati alla crisi del lavoro in tali aree. Inoltre, le dirigenze politiche della sinistra non rappresentano in genere che se stesse, non sempre nobilmente. Ma sarebbe fuorviante pensare ad un semplice ritardo di programma, addirittura all’assenza di proposte e di presenza, o al definitivo interclassismo del PD (che lo rende persino lontano da una normale ottica laburista). La questione sembra ben più complessa, grave e profonda; al di là del Sulcis, Ottana o Porto Torres, arriva nei quartieri proletari e poveri delle città e dei paesi. Siamo in presenza di un mutamento culturale e antropologico che ha indebolito nella gente la necessità e il fascino della rivolta, il gusto di sentirsi liberi, dell’opposizione sociale e della lotta. Il sindacato di classe è prevalente sugli altri, ma è la disponibilità a lottare a non essere prevalente nel popolo.
Il gigantesco disegno di rassicurante alienazione prodotto dai meccanismi della società contemporanea crea vastissimi consensi. La sinistra politica non se ne è letteralmente accorta, o, quando ha intuito alcuni passaggi, ha pensato, schiacciata da brutte abitudini scolastiche su ciò che è strutturale e ciò che non lo è, che fossero fatti gravi ma non centrali. Una questione è delicata: la cittadinanza come appartenenza a luoghi di evidenza arrivistica, di consumo e pacchiana. Una città globale dell’apparire, falsa, inesistente (?), che si sovrappone e sostituisce a quella vera (senza partecipazione), nella quale, mediante il consumo quotidiano di merci immagini, miti e valori, i ‘cittadini’ partecipano: tutti dentro ad una grande famiglia di successo, bigotta e moralista sino al peggiore integralismo eppure a tette e culi nudi. Quando occorre caritatevole, sempre securitaria, Nel mondo i poveri sono maggioranza. Ma in Italia, pur moltissimi e in crescita, sono minoranza. La maggioranza, proprio perché ampiamente e progressivamente insicura, trova forza e dimensione identitaria, non più silenziosa e certamente illiberale nei segni di questa cittadinanza illusoria. Grandi rischi per la democrazia. Ciò che nella realtà costa a volte generazioni di lotte costruite con fatica e sacrificio, è meno di ciò che, nella società dello spettacolo, sembra realizzarsi assai velocemente e con qualche soddisfazione emotiva. E’ un meccanismo infernale, religioso e laico perché sposta il paradiso dall’al di là al nostro mondo. Esso, pur lontano, sembra curiosamente più tangibile, per diventare veline e cantanti di successo. Fatto non tanto negativo di per sé, quanto nel contesto. Se questo è vero, il nostro compito è più difficile e richiede cultura, pazienza e formazione, perché accanto al recupero della capacità di organizzare e rappresentare lotte, nel lavoro trasformato e magari ottenendo qualche progresso, mi sembra indispensabile ricominciare a chiedere alla gente di costruire la propria liberazione, a riconoscere i falsi miti, a recuperare sia l’identità globale, nella sua pluralità – vedi, ancora, il forum globale – che quella territoriale (qua riaprendo una ridiscussione con le parti migliori, non razziste, non nazionaliste e democratiche, dell’autonomismo e dell’indipendentismo sardo). Servirà ridare alla gente gli occhiali – come in “They Live” di John Carpenter – che facciano vedere di nuovo quegli ordini, scritti dovunque, di obbedire in silenzio, di lavorare ciecamente, di guardare la TV che sono scolpiti a caratteri cubitali e che più non riconosciamo. Bisogna riconquistare le persone una per una.

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Oggi ho raccolto, e firmato volentieri, l’appello per una lista unica della sinistra per le prossime elezioni europee. In un’assemblea sassarese promossa ieri da ‘La Sinistra’, legata a Sinistra Democratica, luci ed ombre delle quali parlare serenamente. La sconfitta non ha portato tutti a prendere atto delle cause e ad avviare una riflessione. La presenza di Dario Satta, segretario locale di Rifondazione, è un segno positivo di dialogo, come la proposta (Rosario Musmeci, Giovanni Meloni) di costruire nelle città luoghi fisici di incontro e relazione per la gente. L’indicazione di riprendere la rappresentanza del conflitto sociale e la battaglia per la democrazia, assieme a un rinnovamento radicale dei gruppi dirigenti sono stati altri segni positivi; positivo e negativo, da parte di altri compagni, un nuovo orgoglio di partito che per la verità ognuno, da parti diverse, è convinto di fare unitariamente…. E se nessuno può sovrapporre il proprio sistema identitario, soprattutto in una fase come questa, ad altri, non si può neppure accettare che esso venga relegato a questione individuale di coscienza, o, peggio, rifiutato se proposto come testimonianza. Tanto meno se comunista. Siccome la discussione è complicata e merita il tempo necessario, e un partito seriamente di sinistra, necessità reale per il paese, non mi appare costruzione immediata, penso che si debba serenamente costruire una lista unica per i prossimi appuntamenti elettorali, “Per la democrazia”, “dalla quale restino esclusi i dirigenti dei partiti, che pure sono invitati a promuoverla insieme al più ampio arco di forze e movimenti della società civile. Una simile lista varrebbe a dare voce e rappresentanza ad un’ampia fascia di elettori – non meno del 10% dell’elettorato – che non si riconoscono nel Partito democratico e neppure nei tanti frammenti alla sua sinistra, dalle cui rivalità interne e dalle cui competizioni e rivendicazioni identitarie risulterebbe tuttavia al riparo. senza rinunciare alle proprie opzioni e costruzioni”.

Acqua gelata, acqua bollente

Natalino Piras
Dice un proverbio che teme pure l’acqua gelata colui che è stato ustionato da quella bollente. È che la sinistra ha ustionato molta gente, al suo stesso interno, prima mare magnum oggi pianeta disgregato e disperato. Essere a sinistra, riprendere trame e fili. Ma come? È venuta a mancare un’etica di sinistra, fatta di rigore e insieme comprensione dell’altro. Eravamo terzomondisti e guarda un po’ il diagramma: da Fidel a Chavez e Morales. Eravamo nel sogno di Frantz Fanon del liberare tutti i dannati della terra. Molti dei traduttori italiani di quei libri anticolonialisti e rivoluzionari sono finiti, già da tempo, nelle reti Mediaset e in Rai. Chi non ha potuto fare né faccia buona da opinionista né feroce da fanatico e settario, si è dato al comico. Ma di Dario Fo ce n’è uno solo. Eravamo operaisti e non c’è più fabbrica. Eravamo pensatori e manca l’organizzazione del pensare come metodo. Si considera sorpassato il materialismo storico gramsciano. Eravamo cattolici, di sinistra, e abbiamo sopportato che ci sputassero in faccia, come colpa, l’appellativo di cattocomunista. Essere a sinistra è sentire la spina dorsale del tempo e saper vivere la contraddizione, il dualismo, per dirla come Michelangelo Pira nel romanzo Sos sinnos, tra due lingue e due anime. Essere a sinistra è l’attuazione del dubbio come riflesso del cartesiano “cogito ergo sum”. Non la verità ideologica vale ma la tensione della cerca. Tutto questo si è progressivamente perso, mangiato dai particolarismi, dai settarismi, dagli opportunismi e dai trasformismi. Essere a sinistra richiedeva quasi un comportamento eroico, da oppositore. Insieme all’etica comportamentale e alla volontà di ragione si è persa la capacità di elaborare un linguaggio che non fosse di adeguamento a quello che per comodità diciamo di era internet. Si è scambiata la velocità, che è una categoria dello spirito, con la fretta, il sapere delle mani, che allo spirito è interato, con gestualità scomposte di teatranti. Progressivamente, la sinistra si è lasciata dominare da modelli che non appartengono alla sua tradizione storica: che sono quelli del fare fronte contro il dominio e l’arroganza di chi ha soldi, li accumula, e ne fa diseguale ripartizione. La tensione verso una società di eguali, che è pur sempre un motore di miglioramento dello stato presente delle cose, è stata mediaticamente, sistematicamente frantumata e distrutta. Uno spoglio di quotidiani come “il Giornale” e “Libero” e qui da noi in Sardegna di testate che hanno avuto poca durata, fa capire cosa significa subire l’arroganza mediatica: hanno demonizzato la parola “Utopia”, hanno operato lo scambio tra un’esigenza interiore che spinge a sollevare la testa, sempre, con la tragedia globale del comunismo sovietico, cinese e pure cubano. Da sinistra niente come risposta se non ideologismi, nessuna organizzazione di pensiero capace di creare modelli che non fossero quelli di scappare oppure adeguarsi a nuovi diktat, dopo l’accettazione del fatto che comunque la parola “utopia” andava abolita. Fate un po’ voi i conti con il lessico che ne è venuto, guardate al risultato della scuola oggi, in Italia e in Sardegna. Il luogo dell’educazione è lo specchio della frantumazione, del disordine, dell’afasia incurabile, dell’inguardabile, del bullismo – che è sempre esistito da quando esiste il sistema educazione – che evolve a squadrismo. La scuola, il suo taglio da un sistema realmente produttivo, è una delle tante battaglie perse della sinistra, forse mai realmente combattute. Se manca la scuola viene meno l’organizzazione della parola – ricordatevi sempre di don Milani e di quello che lui diceva a proposito: il padrone conosce molte più parole di chi non lo è – e consequenzialmente l’organizzazione di un ordine mentale che sappia dare criterio di giustezza alle azioni e alle scelte. Fare scuola è una delle regole più importanti del dominio. Subire la scuola è accettare la sorte del dominato, del colonizzato. Valutate voi di quanta introiezione di dominio, come sardi, siamo stati capaci, per millenni. Senza riuscire ad affrancarci, come dimostra il risultato delle più cogenti e cocenti elezioni. Il tempo della sinistra ha accettato molti balli in maschera, da tanto tempo. Chi non ha accettato di mascherarsi è stato ridotto al silenzio. Si sono parate orecchie e cuore e mente al facile e al corrivo. Ci si è continuati a frantumare nella frantumazione. Insieme alla demonizzata utopia ci si è scordati progressivamente della reale significanza della solidarietà. Scrivevo ieri, in una corrispondenza mail, riprendendo versi sepolti che molta “sinistra ingolfata, mai lesse Che, ma solo lo impresse, nelle magliette”.
Chiudo con un apologo affidato a un personaggio narrativo, Melchoro Minero, che ha come tema la vite tranciata e la natura delle cose. Ite cheret narrer? Dice Melchoro Minero: Mai più morti sul lavoro. Mai più omelie. Come quella che il cardinale Poletto fece per i morti della Thyssen, nella chiesa Maria delle Missioni, a Torino. C’ero anch’io, Melchoro Minero, confuso nella folla. Occhi asciutti e fremere di pelle, come una febbre. E c’ero pure quando il cardinale Pappalardo fece omelia nel duomo di Palermo, ai funerali di Carlo Alberto dalla Chiesa. Il suo “Sanguntum expugnatur” mentre a Roma ci si perdeva in chiacchiere non era cosa leghista. Era un richiamo al mai più di morti per terrorismo e mafia. Pur tra colpi di coda e ritorni, il terrorismo brigatista sembra passare. Non così la mafia e le morti sul lavoro. Cosa dire ai familiari di uno che muore sul lavoro? Pazienza: come antiquatamente usa ancora nel dare le condoglianze. Non è possibile. Non ci si può condolere, partecipare al lutto. Bisogna invece continuare ad elaborare rabbia, scompostezza del grido e dell’accusa. Non si può restare composti, fermi nel dolore, muti, di fronte a morti che potevano essere evitate. Nel tempo che attraversiamo e che abolisce progressivamente la cultura del fato, niente può essere lasciato al fato. Tantomeno la sicurezza che permette di organizzare una e più vite. Sicurezza: parola difficile ma non astratta entità. Non c’è lavoro e tu vieni a chiedere di evitare incidenti mortali, l’una tantum che la sorte distribuisce al nord e più spesso al sud. Cosa vuoi che conti un manovale non assicurato che cade giù da una impalcatura, di fronte al reddito? Manovali precipitati, operai dilaniati dalle esplosioni di gas, asfissiati dentro vasche di decantazione, stritolati dagli ingranaggi. Mai più. Questa non è cronaca mascherata. È una parte del reale che dimentichiamo. Ai tempi che facevo l’operaio ero stato testimone di una morte. Un mio coetaneo, un ragazzo sopra un ponte mobile di più di dieci metri avvitava bulloni e dadi. Lì, davanti a me, nella vertigo.Una grossa vite cedette e lui che su quella appoggiava il peso del corpo in bilico, precipitò. Fui svelto a scendere dal ponte e vidi quel che vidi. Un geometra, direttore dei lavori, tuffò le mani nel sangue, prese dal mucchio del mio compagno morto il resto della vite tranciata con il dado ancora inserito e li nascose. Perché? Me lo chiedo ancora. L’enigma della morte è irrisolvibile perché è nella natura delle cose. Non è nella natura delle cose una, una sola morte di lavoro. Essere a sinistra è pure contrastare l’enigma delle morti di lavoro. È continuare a credere nell’utopia che solo abolendo lo scarto tra lavoro e non-lavoro si è eminas et homines in pienezza di significato. Il modello non è la Siberia. Ma neppure la Costa Smeralda. E quale? Difficile, impossibile trovare parole nuove. E se ritornassimo a pensare che è giusta una società se non di eguali perlomeno di meno diseguali? In caminu, dice il proverbio, s’accontzat garriu.

Soru il trenta per cento

Andrea Pubusa
Il tracollo elettorale di Soru, del PD e del centrosinistra ha sorpreso molti dentro e fuori Sardegna. La ragione? Credevano alla leggenda metropolitana di un Soru homo civicus, impegnato in una lotta impari contro gli inossidabili dirigenti del PD e contro gli speculatori di ogni risma. Ma se così fosse perché la disfatta? Ed allora, per capire, possiamo parlarne in controtendenza?
Mister Tiscali nel 2003 aveva conquistato quasi tutti nell’area democratica con quella sua aria antipolitica e quel suo ostentato rigore. C’era l’ansia in molti di mettere all’angolo gli inossidabili oligarchi che da decenni soffocavano la politica regionale. Così 5 anni fa stravinse, creando un’aspettativa che nessun presidente regionale aveva prima avuto. Insediatosi ha mostrato un volto diverso. Dapprima ha annegato la giunta come organo politico, formandolo con persone di basso profilo. Ma c’erano Tonino Dessì e Pigliaru, il primo uomo di punta dell’ambientalismo sardo, dirigente dei DS, da anni impegnato in una difficile battaglia di rinnovamento della sinistra. Il secondo, economista di grande rigore e prestigio. Si pensava che queste fossero le teste di ponte per un lento ma inesorabile rinnovamento. Ed invece il Presidente ha iniziato le purghe proprio da loro. L’allarme nell’area democratica è forte e si accentua non appena viene fatto circolare il disegno di Legge statutaria. Lì Soru svela il suo vero profilo politico. Riproduce su scala istituzionale quel comando unico che ha esercitato in azienda. E così all’iperpresidenzialismo accompagna una sfacciata disciplina che legittima il suo conflitto d’interessi. Elimina perfino la più ovvia delle incompatibilità, e cioè ammette che le aziende del Presidente possano partecipare alle gare indette dalla Regione. E quest’ossessiva corsa all’accentramento trasfonde anche nel Piano Paesaggistico. Mette sotto chiave il territorio fin nell’agro, ma apre lo scrigno solo quando e per chi vuole lui, concedendosi un potere derogatorio degno dell’assolutismo monarchico. Fidelizza l’amministrazione regionale, e per di più con la clamorosa liquidazione di alcuni noti funzionari di limpida tradizione democratica. Questa sua propensione verso l’intromissione negli affari amministrativi gli procura anche guai giudiziari: il coinvolgimento nel caso Saatchi (gara d’appalto multimilionaria). Quando si forma il PD Soru vuol diventarne segretario regionale e apre uno scontro rovinoso. Perde ma non demorde. Non vuole le primarie in vista delle elezioni regionali. Riparte alla carica, disarciona il segretario regionale Cabras e lo rimpiazza con una sua donna. Il resto è cronaca dei nostri giorni. Lo scioglimento anticipato e pretestuoso del Consiglio regionale per dribblare le primarie e l’eventuale rinvio a giudizio. Liste fidelizzate e la corsa folle e solitaria verso il voto.
Nel suo programma si vanta l’introduzione di borse di studio postuniversitarie che sono sempre esistite seppure con nome italiano e riservate ai meno abbienti, mentre oggi sono fruibili anche da chi i figli a fare il master potrebbe inviarli pagando di tasca. Si è scambiato per risanamento del bilancio l’inserimento nell’attivo di somme che arriveranno fra anni e le somme non spese, e così via dicendo. Si è detto di un miglioramento della situazione economica ed occupativa, mentre l tragedia della disoccupazione e del licenziamento attanagliaa migliaia di lavoratori nei poli industriali. Immaginate l’incazzo.
Come poteva vincere con una pattuglia di seguaci acritici, che anziché segnalargli le criticità lo osannavano? Come poteva vincere disinteressandosi del dramma dei lavoratori in lotta per il posto di lavoro? Tutti i poli industriali sono investiti da chiusure e ridimensionamenti con migliaia di lavoratori per strada. Soru ha puntato sulla campagna mediatica personale ed ha sostituito il lavoro capillare dei militanti, con quello di ragazzetti in divisa con la scritta “Meglio Soru”. Ed allora ci vuol molto a capire il disastro a partire alle aree operaie, d’antico radicamento di sinistra? A capire la delusione e la percezione istintiva di estraneità di Soru. E la sanzione è stata terribile fra astensione massiccia e voto, incazzato e punitivo, al centrodestra. Se si depura il voto dalle schede deposte turandosi il naso, Soru risulta aver riportato circa il 30% dei voti, esattamente quanti ne ebbe la sua legge Statutaria al referendum-
Chi, in controtendenza, aveva per tempo messo in guardia non è stato ascoltato. Lo si è percepito come un avversario. Ha prevalso l’idea che nascondere i problemi equivalga a risolverli. Così Soru ha sprecato un consenso diffuso e ha riportato al governo regionale la destra melmosa sarda, succuba di Berlusconi. Lascia un cumulo di macerie. La ripresa, anche in Sardegna del centrosinistra non sarà facile. Anche perché lui non vuol prendere atto delle ragioni della disfatta e si propone come il riferimento per la ricostruzione.

Dopo lo tsunami

Gianluca Scroccu
Lunedì 17 febbraio il centrosinistra ha perso. Soriani, non soriani: tutti. Dobbiamo mettercelo in testa, a partire dal fatto che abbiamo perso male. Ho letto con grande dispiacere i messaggi e i post di persone che stimo che si scagliavano contro “gli imbecilli che avevano votato Cappellacci”, o che  gioivano alla notizia del fallimento dell’Euroallumina, della serie “peggio per gli operai che hanno creduto a Berlusconi”. O, ancora, amici e compagni che gioivano perché ci si era liberati dal tiranno Renato ecc. Un atteggiamento totalmente sbagliato, perché la sconfitta richiede analisi ragionate, fuori dalle discussioni che arrivano dalla pancia. Primo, un po’ di umile autocritica. Quante risate sul sito di Cappellacci che aveva collocato Saccargia in provincia di Oristano; abbiamo questo talento, e un po’ la spocchia, di considerare chi vota per Berlusconi come un ignorante o peggio un minus habens. Purtroppo, a parte Prodi, nessun ha capito fino in fondo la portata della forza del modello berlusconiano. Perché  Berlusconi, ci piaccia o no, ha saputo elaborare una cultura politica. Sotto le moine e i lazzi del barzellettiere, che pure anche quelle fanno parte del personaggio, c’è la pluridecennale capacità di costruire un’egemonia culturale, un sistema di pensiero che anno dopo anno (almeno dopo l’approvazione della legge Mammì, quella che ancora gli consente, unico cittadino della Repubblica, di avere il monopolio della tv privata e dello sfruttamento dell’etere) si è consolidato. La storiografia progressista ci ha messo decenni per convincersi che il fascismo non era solo staracismo o Mussolini che trebbiava il grano a torso nudo, ma un progetto totalitario costruito con un lavoro  certosino seppellito soltanto dal bellicismo del Duce. E noi quanto ci metteremo per capire veramente  cosa sta rappresentando il berlusconismo e per fronteggiarlo seriamente? Questo ci dovrebbe far comprendere quanto abbiamo sbagliato nel non percepire come anche in Sardegna il centrodestra stesse costruendo un suo consenso, radicandolo in profondità. Di fronte a tutto questo non poteva bastare il taumaturgo Soru per pareggiare il deficit dei partiti e la loro totale inconsistenza. Circolavano dei rumors che davano Soru in parità pur con le liste che lo appoggiavano dietro di parecchi punti e mi chiedevo: ma come è possibile? E infatti abbiamo visto: lui sotto di dieci, le liste di 18 punti rispetto a quelle di centrodestra. Possibile che dopo un’esperienza come quella della sua giunta, con riforme incisive e con cui anche Cappellacci dovrà confrontarsi, la debacle sia stata di queste dimensioni? E’ stato così, purtroppo. Uno può essere bravo, ricco, carismatico ma da solo non può reggere il centrosinistra, specie quando rinuncia alla pratica del confronto e della partecipazione. Ho letto che Soru si è detto stupito della forza dell’apparato mediatico berlusconiano. Mi spiace che se ne sia solo reso conto solo nel 2009; se avesse fatto politica a partire dal 1994 si sarebbe accorto prima della potenza dei media berlusconiani, che peraltro, da soli, non bastano a spiegare una sconfitta di tali proporzioni. C’è qualcosa di più profondo, a partire dal fatto che molti settori della società sarda non hanno accettato il suo riformismo verticale. Su questo non mi voglio dilungare perché sono già apparse analisi molto interessanti (rimando all’ottima analisi sul sito insardegna.eu). Voglio invece soffermarmi sul dato più politico, a partire dal fatto che in questi quattro anni e mezzo si sono persi i contatti con una parte consistente della realtà sarda e degli elettori del 2004. In più l’ex governatore  si è fatto invischiare nella contesa del PD sardo, una delle sue colpe più gravi. Personalmente ho ritenuto positiva la sua iscrizione ad un partito che non fosse quello suo personale, ma nel momento in cui si è candidato alla segreteria è incappato nell’errore che da anni stringe come in una tenaglia i dirigenti del centrosinistra, che tendono a sommare incarichi di partito ed istituzionali con estrema disinvoltura, ovvero il mero potere personale. Soru, comunque, ha rappresentato una parentesi che ha segnato la storia dell’Autonomia. Al netto della personalizzazione dell’ultima campagna elettorale, nel senso di costruzione di un mito basato sul sostegno dei volontari e di un’immagine di sardo spartana ma decisionista (più che obamiana direi quasi garibaldina), abbiamo avuto una maggioranza che, con tutti i limiti, ha saputo individuare quelle che erano e saranno le priorità per una regione periferica come la nostra scarsamente abitata e con un debolissimo tessuto industriale: istruzione estesa e qualificata, tutela dell’ambiente, valorizzazione dell’identità come peculiarità da offrire al mondo. Proviamo allora a resettare tutto e a re iniziare anche da quanto di buono è stato fatto, evitando la caccia alle streghe contro chi si è astenuto e tentando di ricostruire pazientemente un nuovo alfabeto del centrosinistra sardo che sappia rappresentare un punto di riferimento nel momento in cui il centrodestra incontrerà le inevitabili difficoltà di un programma che alla lunga si rivelerà totalmente insufficiente e di corto respiro.  Ripartiamo senza nervosismi, evitando di affidarci ad un leader su cui scaricare troppe aspettative ma cercando di valorizzare la partecipazione e la condivisione di tutti quanti alle scelte politiche quotidiane. Solo con un grande messaggio di unità e democrazia potremo riconquistare fiducia e consenso.

Quel che non siamo, quel che non vogliamo

Gianni Loy
Appena qualche settimana fa, Silvio Berlusconi faceva il gesto di alzare la cornetta per concordare con il suo amico Putin il salvataggio dell’Eurallumina. In realtà, politici nostrani ed amministratori russi della Rusal, non si sono neppure presentati agli incontri. Ed oggi, la sorte dell’Eurallumina sembra segnata.  Ma non soltanto per la goffa e volgare strumentalizzazione a fini elettorali, avvenuta mentre i soloni di una certa sinistra passavano al setaccio i peli della barba del governatore uscente, ma anche, e soprattutto, per le regole di un mercato senza regole, finalizzato al massimo profitto in tutte le sue forme. La vicenda dell’Eurallumina  dimostra come la libera concorrenza sia una chimera, e come il monopolio  o l’oligopolio possano tranquillamente avventarsi sull’economia che produce  per piegarla ai propri interessi. E’ così che la Rusal si è potuta accaparrare un gran numero di imprese produttrici di ossido di alluminio. Poi, alla fine, come si potrebbe sostenere che un imprenditore privato, in un sistema capitalistico, non possa liberamente disfarsi di quella parte delle sue imprese che non producono più profitti? E che possa legittimamente incominciare da quelle che, dal suo punto di vista, sono in perdita o meno produttive e dislocate al (suo) estero? E quale potrebbe essere, in una situazione del genere, il modello di intervento delle istituzioni pubbliche, statali o regionali? Sono domande alle quali non tento neppure di offrire una risposta, ma sulle quali dobbiamo interrogarci, senza schemi e preconcetti  per comprendere come le possibilità di intervento pubblico, in una fase di avanzata de- regolazione, appaiano sempre più limitate. Un tempo, neppure molto lontano, ma un tempo, eravamo abituati a salvataggi a suon di Cassa integrazione fasulla, alla erogazione di succulente prebende ai padroni che minacciavano la chiusura e si dimostravano poi  disposti a riaprire i cancelli di fronte ad una Regione che correva ad aprire la borsa. Probabilmente era anche il male minore, ma non è questo il punto. Oggi, quelle politiche sono rese ancor più difficili dai severi controlli dell’’Unione europea che, in nome della libertà di concorrenza, controlla come un cerbero gli aiuti di stato. Leggendo il programma di Capellacci, che sinteticamente, prometteva l’erogazione di ulteriori somme di denaro agli imprenditori che assumessero,  mi veniva da sorridere: ma questo è vietato dall’Unione europea! Queste misure non potranno mai essere poste in pratica. Ma la campagna elettorale è una cosa, l’economia è altra cosa. E nell’economia, si badi bene, ci sta anche il fatto che gran parte dei fenomeni economici (di ricchezza)  e di occupazione che riguardano anche la nostra  regione non sono affatto generati dall’Amministratore di turno ma sono la conseguenza di più vasti assestamenti mondiali. La crisi di queste settimane non insegna proprio nulla? Non per questo la politica è inutile. Non lo è soprattutto quando, piuttosto che limitarsi a gestire il quotidiano, tenta di anche di aprire nuove vie, creare culture, arare terreni che, col tempo, potrebbero diventare fertili. Curioso, tutto è avvenuto appena pochi giorni la sonora sconfitta elettorale. In questi giorni  la Corte dei Conti elogia la Regione di Soru e bacchetta quella di Masala e di Pili, oltreché molte delle amministrazioni gestite dal Centro destra.  Il Partito democratico ha perduto una montagna di consensi. Ed io vorrei capire, perché non si ripeta l’increscioso episodio dell’agnello che intorpidiva l’acqua del lupo che stava a monte. E’ stato  Soru ad aver provocato la caduta dei voti del PD o è stata l’emorragia de PD, incrementata da sicuri episodi di “voto disgiunto” all’incontrario, a far perdere voti al governatore uscente?  E perché avrebbe fatto perdere voti solo al PD, o se si vuole anche a Rifondazione comunista, e non all’Italia dei valori, ai Comunisti italiani e addirittura ad una lista improvvisata  in pochi giorni dopo il tradimento del Psd’Az, quella dei Rossomori? Personalmente,  non sono affatto soddisfatto di come sono andate le cose. E non tanto per il risultato in sé,  quanto per il pessimismo indotto dal soggetto popolare della odierna democrazia. Siamo sul piano delle osservazioni empiriche, ovviamente, ma sono tanti quelli, che, anche tra i più giovani, ho l’impressione abbiano votato con un atteggiamento da nominescion . Le cose e i programmi sono spesso stati indifferenti; ha contato l’impressione, il personaggio. Ed ah contato anche una gerarchia un’altra volta pesantemente schierata  con chi le prometteva, oltre che la salvaguardia ad oltranza della vita più inesistente, anche più corposi contributi per riaprire i Centri di formazione professionale pesantemente devastati dalla furia di Soru. Ma, poi, c’è la miseria di una Sinistra quasi inesistente. E qui ho ancora necessità di porre altre domande, sperando, questa volta, che i militanti delle rispettive organizzazioni ce lo dicano con chiarezza e sintesi. Mi piacerebbe  sapere,  ma in poche parole, perché lo possa capire anche mia zia,  dove sta la differenza sostanziale tra Rifondazione comunista, i Comunisti italiani e questa nuova sinistra? Perché dovrei impegnarmi a spingere le persone che eventualmente potrei influenzare (perché i voti si procurano anche così) a votare per l’uno piuttosto che per l’altro? E siccome, nella sinistra, ci metto anche il Partito democratico, se mi venisse in mente di voltarlo per le prossime europee, mi piacerebbe anche sapere in quale gruppo parlamentare europeo siederanno gli eletti, o se chiederanno il voto riservandosi di scegliere successivamente. Né mi si dica che le elezioni sono poca cosa, che la rivoluzione è ben altro. Questa storia l’ho sentita troppe volte.  Almeno, prima, c’era chi teorizzava apertamente, e coerentemente, che non valeva neppure la pena di presentarsi. Ora ci troviamo in ben altra situazione, con le pezze al culo. Ed è difficile persino progettare: questo capitalismo selvaggio ci ha semplicemente sottratto gi strumenti per poterlo fare.  Però dobbiamo cercare si sopravvivere senza annichilirci, ripensando ai bisogni di tutti i giorni, al recupero di una identità di un progetto per cui valga la pena di lottare. Senza ripartire da zero, e neppure da tre. Però, anche in  tempi di vacche magre (ma quelle grasse è da tempo che non le conosciamo più), alcune certezze  ci rimangono. Pertanto: Non domandarci la formula che mondi possa aprirti / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. (Eugenio Montale, Ossi di seppia).

PRC a Cagliari, un disastro preferenziale

Enrico Lobina
La sconfitta di Soru segna una fase nuova a livello regionale. A livello nazionale, è la conferma dell’irrobustimento di un regime clerico-fascista, apparentemente democratico. Questo, come il fascismo del ventennio, ha un consenso sociale di massa. Negli ultimi vent’anni, complice la modificata situazione internazionale, la P2 e gli apparati deviati, Berlusconi ha costituito un blocco sociale interclassista, il quale risponde agli interessi della borghesia stracciona dello stivale.
In Sardegna abbiamo pensato che Renato Soru potesse arginare la valanga di destra. Non è stato così. Scelte discutibili (alcuni limiti posti al PPR nelle zone interne, per esempio), uno scarso interesse alla creazione del consenso verso le colossali riforme varate, un’attenzione non adeguata alla politica industriale e alle politiche attive per il lavoro, insieme ad uno strapotere mediatico della destra, hanno portato una netta sconfitta per Renato Soru ed il PD. Infine, in un contesto in cui si impone un nuovo fascismo, era difficile ribaltare i rapporti di forza.
Le liste a sinistra del PD (Rifondazione Comunista, Rosso Mori, Comunisti Italiani, La Sinistra) hanno complessivamente raggiunto il 9.25%, pari a 75.535 voti. Le liste comuniste (PRC, PdCI) arrivano al 5.1%, pari a 41.375 voti. Un risultato che fa ben sperare in vista delle europee, dove solo chi supererà il 4% avrà una rappresentanza al Parlamento di Bruxelles.
Alle elezioni regionali del 2004 il PRC sfondò il 4% da solo, con il 4,09% e 34.142 voti. Nel 2009, il 3,16% (25.778 voti) segna una flessione non lieve. Si perdono 8.364 voti. Il PdCI cresce pochissimo dal punto di vista percentuale (dall’1,86% all’1,91%) mentre dal punto di vista assoluto perde una ventina di voti.
Il risultato di Rifondazione cambia notevolmente a seconda della provincia. Il disastro per il PRC è avvenuto a Cagliari. Siamo passati dal 4,62% (12.912 voti) del 2004 al 2,62% (7.066 voti) del 2009. In cinque anni si sono persi 5.846 voti. Il dato del comune di Cagliari è ancora più triste: nel 2004 il PRC si attestò nel capoluogo al 4.06% (3.407 voti), mentre nel 2009 si ferma al 2,03 (1.587 voti). Perdiamo 1.820 voti. Abbiamo più che dimezzato i consensi. Veniamo superati dai Rosso Mori (2.85%), da La Sinistra (2.75%) e i Comunisti Italiani prendono solamente 174 voti in meno del PRC.
L’analisi dei dati elettorali del PRC cagliaritano potrebbe continuare, per andare per esempio a constatare che, mentre diminuiscono di molto i voti al partito aumentano i voti di preferenza. Segno che l’intellettuale collettivo, di gramsciana memoria, non c’è più. Anzi. Si usa il partito come luogo di gestione del (piccolo) potere e non come luogo di costruzione di un gruppo dirigente diffuso e all’altezza. Ma, probabilmente, questo è stato l’errore più grave del peggior gruppo dirigente del PCI, quello berlingueriano, che ha in Luigi Cogodi un autorevole rappresentante.
Che fare? Innanzitutto, abbandonare la retorica sterile sull’autonomia, la rinascita, la rinaturalizzazione, l’art. 13 e le politiche attive del lavoro. Sono state sonoramente bocciate, dalla storia e dalle elezioni. Quanti posti di lavoro a tempo indeterminato hanno creato le cosiddette politiche attive per il lavoro, per esempio quelle dell’Agenzia Regionale per il lavoro?
I comunisti esistono perché hanno dimostrato scientificamente che la contraddizione che muove l’intera società è quella tra chi sfrutta e chi è sfruttato, tra il capitale e il lavoro. Il nostro compito è organizzare quelle lotte, e non pensare che le istituzioni possano risolvere i problemi del capitalismo. Il capitalismo si lotta creando egemonia e contro potere nella società, e le istituzioni sono solamente una parte della società (ricordate Gramsci?).
Agli operai di Eurallumina, e a tutti i metalmeccanici e i chimici che stanno per perdere il loro posto di lavoro, ai precari e ai disoccupati, dobbiamo proporre la lotta e forme di autorganizzazione. Per troppo tempo abbiamo pensato che un assessorato o un’agenzia potesse essere la soluzione. Non è mai stato così, e non lo sarà mai.
C’è bisogno di una profonda riflessione, della sinistra e dei comunisti. Una conferenza programmatica, che individui un nuovo blocco sociale e nuove forme organizzative, può essere un primo passo.

3 Commenti a “Ora ne discutiamo”

  1. Bruno Visentin scrive:

    Andrea Pubusa scambia l’effetto della sconfitta con la causa: la divisione all’interno del centro sinistra ed in particolare nel PD che molti non considerano nemmeno più un partito di sinistra.
    Probabilmente questo allontana molti elettori di sinistra dalle urne.
    Soru, pur non essendo senza peccato, ha tuttavia condotto un’azione di governo che in Sardegna nessuno aveva mai avuto il coraggio di condurre, nè la DC nè la sinistra.
    Non per niente tutti i gangli maggiori e minori della vita “politica” sono stati occupati in maniera bilanciata da personaggi di entrambi gli schieramenti che da trent’anni occupano la scena e che francamente non hanno lasciato un’impronta memorabile.
    Inviterei Andrea e gli altri lettori a leggere un’attenta e illuminante analisi del voto regionale di Giorgio Galli comparsa sul Manifesto del 24 febbraio.

  2. Andrea Pubusa scrive:

    Caro Visentin, anzitutto un apprezzaamento per la pacatezza dei toni (merce rara in questi tempi di tofiserie). Ho letto il Manifesto (come ogni giorno dal 21 aprile del 1971) ed ho letto anche l’articolo di Giorgio Galli, che condivido in pieno: “non è la destra che avanza, è la sinistra che arretra. Arretra perché una parte una parte del suo elettorato si astiene, E si astiene perché non ha fiducia nelle persone che la rappresentano e non può scelgierne altre”. E’ quanto ho sostenuto anche in occasione dei referendum (Statutaria e Piano Paesistico), quando i fans di Soru hanno accusato di alto tradimento chi – come me – invitava al voto, dimenticando che tenere sempre le truppe acquartierate, finisce per minarne la volontà anche quando serve schierarle per la battaglia. E’ quanto è putualmente avvenuto.
    Ma l’astensione massiccia e il voto nullo (circa 400,000 voti) indicano che la sinistra non ha gradito un candidato con un profilo classicamente di destra. Insomma, non ha acceduto all’innaturale pretesa di votare un candidato che anche nei modi contraddice la propensione al dialogo e alla inclusione partecipativa della sinistra.
    Visentin dice che scambio la causa per l’effetto, e cioé che Soru ha funzionato e la coalizione no. Ma chi ha sfasciato la coalizione è Soru stesso, escludendo tre alleati (SDI, Psdaz e exUdeur), e gran parte di chi nel centrosinistra aveva consigliato un atteggiamento più aperto e dialogante. Un vero suicidio politico.

  3. Gf Pinna scrive:

    Si possono trovare mille spiegazioni per questa sconfitta totale. Ma alla fine credo che la motivazione sia la più semplice ed evidente: Soru e il Centro Sinistra in questi anni hanno governato male ed hanno perso. Io a livello nazionale ormai da anni voto Centro Destra, però devo dire che in queste elezioni mi sono fatto un pò prendere come da tanti dalla campana della Sardità e dell’ambiente, dimenticando di valutare le cose realmente fatte,dico questo a proposito della “manipolazione” che avrebbe fatto il P.d.C. Berlusconi.
    Per il resto c’è da riflettere sul fatto che,per quanto ho potuto percepire io, non c’è stata una organizzazione del sistema produttivo che non abbia festeggiato la sconfitta di Soru.
    Cordiali Saluti

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