Patrimoni a sinistra

1 luglio 2012

Mani colorate

Alessandro Serra

Pubblichiamo volentieri un contributo di Alessandro Serra, neo segretario di Rifondazione Comunista in Sardegna (Red).

Un congresso è un appuntamento che nell’era della politica percepita come ring per leader carismatici, suona antico, forse superato, ma nonostante tutto un congresso è uno di quei rari appuntamenti dove la politica riprende la sua veste alta e democratica, la politica come pratica collettiva. Dietro al nostro appuntamento congressuale c’è infatti la partecipazione di centinaia di compagni, che nei circoli territoriali hanno discusso ed elaborato proposte, un pezzo importante della sinistra sarda che noi abbiamo definito il nostro patrimonio. Un patrimonio che ci ha permesso per vent’anni di vivere attivamente e di stare nelle lotte, nonostante i grandissimi problemi che negli anni abbiamo attraversato: dalle ristrettezze finanziarie al vuoto di rappresentanza istituzionale, dalle scissioni all’oscuramento dei mass media. Per questo il primo pensiero lo rivolgiamo a chi, ben più dei leaders, ha contribuito a tenere aperta in Sardegna ed in Italia una prospettiva comunista e di alternativa. Un congresso ha come primo scopo quello di mobilitare gli uomini e le donne del partito perchè mettano a disposizione le proprie idee e competenze nella costruzione di una linea politica. In particolare questo congresso è stato pensato non come un semplice esercizio di democrazia interna ma come momento di apertura  verso l’esterno. Per questa ragione il nostro documento conclusivo citava esplicitamente il nostro patrimonio, di cui siamo orgogliosi, ma introduce subito dopo l’espressione “a disposizione”. Siamo consapevoli che tutta la ricchezza del Prc Sardo sarebbe sprecata se non fosse messa a disposizione di un progetto più ampio, più partecipato, che ci permetta di accumulare massa critica e di dare una concreta inversione di tendenza rispetto alla miriade di divisioni della sinistra. L’esperienza europee del Fronte de Gauche e di Syriza sono l’orizzonte a cui guardare per dare gambe al malcontento diffuso e ai tentativi disorganici di ribellione che affollano il panorama politico isolano (pensiamo ad esempio all’esperienza del movimento dei pastori sardi e delle partite iva).

La sinistra sarda però, per essere più forte e credibile, non può prescindere, a parer nostro, dal partito della Rifondazione Comunista, esso deve elevarsi dal senso di autosufficienza e a aprire una stagione condivisa da più forze politiche di conflitto sociale, che permetta alla classe lavoratrice sarda di liberarsi dal suo doppio giogo di sfruttamento. Ecco l’altra chiave di volta di questo congresso, il doppio giogo di sfruttamento vissuto dalla nostra isola; il riconoscimento dell’attualità di una questione sarda, questa constatazione è per noi la  premessa politica per costruire un messaggio da mandare all’esterno, da mandare alle forze politiche della sinistra sarda. In questi anni tale questione è stata usata solo strumentalmente dalle classi dirigenti dell’isola, che impropriamente l’hanno utilizzata come tema di propaganda, servendosene come foglia di fico per coprire la subalternita al governo centrale da parte del presidente della giunta, tale questione merita dunque di essere ripresa e restituita alla sua  dignità. E’ indubitabile infatti che le classi subalterne della Sardegna subiscono un oppressione di classe, ma il capitalismo si declina in Sardegna in maniera ancora peggiore, un vero e proprio sistema economico di rapina della nostra terra, alla quale si aggiunge uno sviluppo diseguale invariato a distanza di 150 anni dall’Unità d’Italia, che colpisce non solo le condizioni materiale ma anche le specificità culturali e linguistiche della nostra isola. È necessario perciò definire per la Sardegna un progetto politico specifico che funga da laboratorio rispetto alla lentezza della politica italiana, un progetto che sia in grado di andare oltre la solita dialettica delle forze politiche storiche, che risponda non solo alla crisi economica ma al profonda crisi democratica e di rappresentenza. Tale uscita non passa, a nostro avviso, dall’ideazione di liste civiche neutrali, né dalla formazione di soggetti politici senza aggettivi, né dall’affidamento passivo al nuovo candidato presidente, ma dal mettere a dispozione organizzazione e capacità per la costruzione di un credibile soggetto politico federato che ponga al centro la questione del governo della Sardegna e dunque di un programma in grado di mettere al centro il lavoro. Il nostro è un messaggio messo nella bottiglia e rivolto sia alle forze organizzate, sia alle centinaia di soggettività che non si sentono rappresentante. Abbiamo dunque accolto con favore i saluti non rituali che per tutta la prima mattinata del congresso sono stati portati da partiti, sindacati, movimenti e associazioni. Un primo passo verso l’obiettivo che ci poniamo da ora in avanti: una prospettiva alternativa al sistema economico dominante che abbia cuore e gambe in Sardegna.

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