Rumore? Sì grazie
19 Maggio 2026
[Francesco Piseddu]
Siamo giovani, residenti, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori. Viviamo Cagliari, la attraversiamo ogni giorno, la paghiamo, la studiamo, la serviamo, la abitiamo. Abbiamo letto le posizioni del Comitato “Rumore No Grazie CUS”, motivo per il quale abbiamo ritenuto organizzarci e rispondere alla polemica, senza caricature, ma anche senza accettare l’idea che ogni evento partecipato debba essere trattato come un’emergenza civile.
Leggendo le notizie, abbiamo appreso con sgomento che, per dieci giorni all’anno, a Cagliari esistono i giovani. In giro, nelle strade. Di sera, addirittura! E cosa fanno, dopo una certa ora? Parlano, ascoltano musica e si divertono, senza prima chiedere scusa per il disturbo arrecato alla quiete metafisica della città. Un fatto gravissimo. Una ferita aperta nel cuore della città. Comprendiamo il trauma.
In fin dei conti, le polemiche su Ateneika hanno proprio questo pregio: ci ricordano che Cagliari ama i giovani, sia chiaro. Purché si trovino in una di queste tre condizioni: chiusi in aula, chiusi in casa, oppure meglio ancora già emigrati, così che possiamo commuoverci tutti insieme della loro assenza senza dover sopportare la loro presenza. In quel caso diventano subito “i nostri ragazzi”, “il futuro della Sardegna”, “le energie da trattenere”.
Prima si dice che Cagliari deve essere una città universitaria. Poi, quando le studentesse e gli studenti cercano di renderla tale, vengono trattati come un problema di ordine pubblico. Prima ci si lamenta che i giovani se ne vanno dalla Sardegna. Poi, quando migliaia di noi stanno insieme in modo visibile e partecipato, qualcuno chiede di nasconderci dove non diamo fastidio. Prima si dice che Cagliari merita quartieri vivi e frequentati. Poi, quando una zona viene risvegliata dal torpore della monotonia, lo si racconta come se la città fosse sotto assedio.
È stato scritto che Ateneika crea rumore. Verissimo. Lo confessiamo: durante una manifestazione musicale e sportiva in cui si tengono dei concerti… può capitare che si senta del rumore. Una rivelazione che rischia di scuotere le fondamenta dell’acustica moderna. È una circostanza grave, che merita certamente una commissione d’inchiesta, magari anche un minuto di silenzio, purché non dopo le 22. Si indaghi sul perché, però, ogni volta che ragazze e ragazzi si prendono per pochi giorni un qualunque spazio della città, parte lo stesso riflesso condizionato: contenerli e limitarli.
È stato scritto che Atheneika attira migliaia di persone.
Verissimo anche questo. In effetti è uno dei difetti principali degli eventi: attirano persone. Sarebbe molto più comodo organizzare una manifestazione senza pubblico, senza musica e senza manifestazione. Potremmo chiamarla “Ateneika No Grazie Experience”: dieci giorni di silenzio, deflusso ordinato del nulla e parcheggi finalmente liberi. Un successo.
È stato scritto che Sa Duchessa è un quartiere densamente popolato. Ottima osservazione. Infatti gli eventi urbani, per definizione, si tengono nei luoghi abitati. Altrimenti non sono eventi urbani. Viene da chiederci se il solo fatto che un quartiere sia abitato lo renda in automatico anche un “quartiere vissuto”. Curiosamente, ci si ricorda delle periferie solo quando in estate e per pochissimi giorni queste riprendono vita. Mai per denunciarne la marginalizzazione che subiscono il resto dell’anno.
Il Comitato “Rumore No Grazie CUS” – qualcuno ci ha parlato dal vivo per sincerarsi quantomeno della sua reale esistenza? – propone in realtà qualcosa di veramente innovativo: che gli eventi pubblici, universitari e culturali siano spostati “Altrove”. E “Altrove”, si badi bene, dev’essere evidentemente un posto fuori dal comune. Inteso come “straordinario”, oppure inteso proprio come “fuori da Cagliari”. Un posto che non dà fastidio a nessuno, soprattutto a chi lo propone. È sempre abbastanza lontano da casa propria per non sentire una mosca che vola, ma anche abbastanza vicino da poter dire che non si sta vietando nulla.
Tornando seri, smettiamola di fingere che l’unica forma accettabile di convivenza sia quella in cui una parte della città sparisce per non disturbare l’altra. Il diritto al riposo esiste. Ma esiste anche il diritto a vivere gli spazi pubblici. Ed esiste anche il diritto dei giovani a non essere trattati come un’emergenza ogni volta che diventano visibili.
Una città che non sopporta dieci giorni di festa organizzata, che all’una è già spenta, non ha un problema di rumore. Ha un problema molto più profondo con la presenza dei giovani. E questo sì che dovrebbe preoccuparci.
Con rispetto nei confronti del Comitato “Rumore No Grazie CUS”, ammesso che esista.
Francesco Piseddu è il promotore del “Comitato Rumore Sì Grazie”







