Senza illusioni

1 Marzo 2016
b3_672-458_resize
Marco Ligas

Alcuni lettori del manifesto sardo hanno considerato eccessivo il pessimismo che emerge negli ultimi miei articoli sulla politica del governo. Forse hanno ragione, ma non vedo attualmente segnali incoraggianti che mi suggeriscano previsioni ottimistiche sul futuro del nostro paese. Non li vedo sia per quanto riguarda la tenuta della democrazia, sia per ciò che concerne la tutela dei diritti delle persone, specialmente di quelle che appartengono alle fasce sociali più deboli. Soprattutto non li vedo nei programmi che le nostre classi dirigenti presentano e impongono ai cittadini. Sono molteplici le questioni che mi fanno pensare ad una crisi di lunga durata e dall’esito incerto.

Il lavoro innanzitutto, sempre più caratterizzato dal precariato, rimane il problema cruciale del nostro paese e della nostra epoca. La ripresa dell’occupazione è estremamente modesta, e l’immagine tranquillizzante che il governo si ostina a presentare sugli effetti del jobs act è ben lontana dalla realtà: più che rispondere ai bisogni di chi subisce la precarietà sembra destinata a garantire la dipendenza nei confronti di chi vuole conservare con estrema pervicacia il potere. Quando Renzi parla di nuovi posti stabili non tiene conto che il contratto a tutele crescenti è molto meno importante della decontribuzione garantita dal ministro Poletti, decontribuzione costata assai più delle previsioni. Non bisogna dimenticare inoltre che 3 milioni di italiani lavorano senza contratto e altrettanti hanno smesso di cercare un’occupazione, non perché fuorviati dalla pigrizia ma perché stanchi di trovarsi di fronte porte chiuse.

L’Unione Europea e l’atteggiamento subalterno del nostro governo nei suoi confronti non consentono certamente una fuori uscita dalla crisi e soprattutto una crescita dei livelli occupativi. Il nostro paese viene continuamente avvertito (e anche colpevolizzato) per come la dimensione del nostro debito abbia in qualche modo minato la fiducia nell’Unione economica; ci viene ricordata perciò la necessità di recuperare e rafforzare la stabilità della zona euro attraverso, parola dei due banchieri centrali dei principali paesi dell’eurozona (Germania e Francia), la realizzazione di nuove riforme strutturali, ovviamente di natura deflazionistica.

Sembra paradossale ma ancora oggi chi governa in Europa è convinto (o vuole far credere) che la crisi sia stata causata dal debito pubblico e non sia piuttosto una conseguenza di quella economica. È comodo talvolta scambiare le cause con gli effetti. Così come lo è dimenticare che, davanti ad una crisi di queste dimensioni, il problema possa riguardare soprattutto l’insufficienza della domanda e non l’efficienza dell’offerta. Quando precariato e disoccupazione crescono e alimentano la povertà delle famiglie è difficile che migliori la domanda interna; in questa situazione ha poca importanza che l’offerta  diventi più efficiente.

Ed è per questa ragione che risultano provocatorie alcune proposte dei banchieri europei. Insensibili sino all’arroganza e incapaci nell’interpretare la realtà, questi signori insistono nell’indicare quelli che, a loro parere, sono gli obiettivi principali da perseguire: l’innalzamento della’età di pensionamento, per allinearla all’aspettativa di vita, e la crescita del tasso di attività, in particolare incoraggiando più donne a prendere parte al mercato del lavoro. Parlano di ulteriore innalzamento dell’età di pensionamento senza considerare che questo obiettivo è inversamente proporzionale alla crescita dell’occupazione giovanile, né si preoccupano di rispettare il diritto al riposo, e dunque alla pensione, soprattutto quando il lavoratore ha superato 35 o 40 anni di attività, a volte persino usuranti. La stessa insensibilità viene ribadita quando si prospetta la crescita del tasso di attività delle donne, il tutto all’interno di un’organizzazione sociale dove contemporaneamente si riducono i servizi e le molteplici opportunità di sostegno alle famiglie.

Questa impostazione conferma come l’Unione Europea stia diventando sempre più un’organizzazione dove i diritti e i bisogni delle persone siano meno importanti degli interessi e delle attività finanziarie che i grandi gruppi di potere intendono imporre a livello mondiale. E non è un caso che questi stessi banchieri, anziché riflettere sulle ipotesi di una fuoriuscita dalla crisi e indirizzare le scelte politiche in questa direzione, si pongano l’obiettivo, così come avviene negli USA, di “mobilizzare” i depositi bancari dei risparmiatori attraverso l’emissione di azioni al fine di sostenere l’innovazione (così dicono) e perché i guadagni e le perdite delle imprese vengano distribuiti fra i proprietari delle azioni. In questa situazione non è difficile capire quale sarà la distribuzione delle perdite relative tra grandi e piccoli azionisti.

Non sono diverse le considerazioni per quanto riguarda i migranti, sempre più esposti ai rischi del rifiuto dell’accoglienza, oltre che dell’incolumità fisica. I paesi dell’Unione fanno a gara nell’individuare espedienti che li tengano lontani dal continente europeo. O parlano di Brexit o  progettano e al tempo stesso costruiscono i muri, quelli materiali; per intenderci quegli stessi che per decenni hanno scandalizzato il mondo intero, forse perché costruiti a Berlino, città speciale. Oggi invece quegli stessi muri sono considerati diversi, strumenti di difesa dalle invasioni barbariche. E quando i paesi dell’Unione raggiungono un accordo su queste questioni parlano di mediazioni importanti, per di più ottenute faticosamente, come se questa precisazione desse un carattere nobile all’intesa raggiunta. In realtà, immancabilmente l’accordo raggiunto priva i migranti, di prima o di seconda generazione poco importa, di qualche beneficio. L’accordo attorno al pericolo Brexit (per ora scongiurato) lo conferma.

A rendere ancora più complesso il quadro delle relazioni internazionali oggi interviene il rischio dei conflitti di guerra (solo locali?). Per fortuna abbiamo sempre sostenuto che quando si verificano queste situazioni al primo posto dobbiamo mettere la diplomazia, non le armi. Siamo ancora di questo avviso? Il nostro governo è mosso ancora da questo intendimento? A volte si ha l’impressione che non sia più così. In realtà gli ultimi avvenimenti relativi alla situazione libica lasciano ipotizzare una disponibilità per un eventuale attacco armato in Libia con la presenza di truppe italiane. Il Parlamento sembra estraneo in questa vicenda, non viene coinvolto dal governo e al tempo stesso non promuove alcuna iniziativa; è perciò legittimo chiedersi se siamo già nella fase operativa delle nuova Repubblica presidenziale. Eppure sappiamo che già operano forze speciali di alcuni paesi dell’Unione Europea. Per queste ragioni dobbiamo forse sentirci in obbligo di mettere a disposizione del conflitto la base di Sigonella e mandare i nostri militari per compiere una nuova azione umanitaria con l’uso dei droni o delle bombe che magari sono quelle stesse costruite a Domusnovas? Condividiamo o no l’ipotesi che appare sempre più realistica di dividere la Libia in più protettorati e assumercene uno come compenso per l’impegno militare? I nostalgici dell’impresa eroica del passato ne sarebbero ben felici. Al di là dell’ironia non sarebbe più opportuno che il nostro paese evitasse l’uso di una qualsiasi base e si adoperasse invece per favorire una fase di dialogo tra tutte le parti interessate?

Ad accentuare la disillusione per quel che succede nel nostro paese si è aggiunta in questi giorni la vicenda relativa alle unioni civili con la mutilazione della proposta iniziale e la formazione di una nuova maggioranza, con l’inclusione di Verdini e del neo ministro Bagnasco, decisamente orientata verso la creazione del Partito della nazione. La cronaca su questo episodio è abbastanza recente e perciò non ritengo opportuni nuovi commenti. Quel che è avvenuto conferma piuttosto l’opinione espressa inizialmente anche se ritengo che l’impegno politico finalizzato al cambiamento non solo non debba interrompersi ma intensificarsi. È per questa ragione che il manifesto sardo intende continuarlo, insieme a tante altre associazioni culturali politiche e sindacali, per sconfiggere il disegno col quale si vuole demolire la Costituzione.

 

Nell’immagine: Murales di Blu, street artist bolognese, per il Fame Festival di Grottaglie (Taranto).

Scrivi un commento


Ciascun commento potrà avere una lunghezza massima di 1500 battute.
Non sono ammessi commenti consecutivi.


caratteri disponibili

----------------------------------------------------------------------------------------
ALTRI ARTICOLI