Sergio Piano e la magia di saper cogliere il teatro in ogni cosa

12 Maggio 2026

[Mattia Lasio]

«Ho 69 anni, nel 2027 ne compio 70. Ma per la vita fatta potrebbero essere pure 80». Sergio Piano pronuncia queste parole con il sorriso sulle labbra, in un pomeriggio di inizio maggio in quel di viale Sant’Avendrace a Cagliari al Teatro degli Intrepidi Monelli di cui è direttore artistico e che ha fondato dopo un’esperienza trentennale al Teatro Alkestis.

Si muove con vivacità, contraddistinto da quella curiosità di chi sa che la cultura può superare davvero cavilli di ogni tipo. Assapora due boccate di sigaro, poi si siede su una delle poltrone in sala: il tempo libero a disposizione prima di uno spettacolo offre lo spunto per tornare indietro nel tempo e ricordare i tanti momenti vissuti nel proprio percorso, sopra i palchi così come al di fuori delle scene.

Il teatro rappresenta letteralmente la tua vita. Quali sono state, in precedenza, altre esperienze importanti che hai affrontato?

Sicuramente il lavoro in tipografia, esperienza che mi ha tenuto impegnato dagli 11 ai 30 anni. Lavoravo nel quartiere di San Michele, quando ho cominciato era ancora una zona quasi interamente di campagna, era piena di farfalle bellissime che noi giovanissimi amavamo rincorrere. A insegnarmi il mestiere fu una donna di nome Gianna, affascinante e dai modi gentili, dotata di un’empatia rara.

Cosa amavi del lavoro in tipografia?

Mi affascinava tantissimo avere il piombo tra le mani, comporre la riga con la cassa delle lettere ciascuna con la propria grandezza e con il proprio stile di carattere, oltre al toccare con mano una volta stampato ciò che avevo creato.

Tipografia e teatro: due ambiti agli antipodi oppure c’è qualcosa che hanno in comune?

In realtà credo ci possano essere più somiglianze di quanto si possa immaginare, o almeno nel mio caso è stato così perché lavorare in tipografia mi ha insegnato ad avere un grande rigore metodologico e a capire che le inezie fanno davvero la differenza. Ecco tutto questo è stato fondamentale nel momento in cui ho cominciato a fare teatro, il lavoro in tipografia mi ha dato un metodo che poi si è rivelato parecchio utile.

Che ricordo hai della Cagliari della tua infanzia e della tua adolescenza?

Ho un ricordo bellissimo, perché ho avuto la fortuna di vivere un contesto fortemente comunitario soprattutto qui a Sant’Avendrace quartiere dove sono nato e cresciuto e dove ancora oggi vivo. Al contempo, ho visto anche una Cagliari che cominciava a cambiare e a farsi sempre più frenetica ma questo è inevitabile, insomma fa parte del corso naturale delle cose.

Altri momenti importanti che tieni a mente?

Beh, direi il periodo alla fine degli anni Settanta in cui con alcuni amici abbiamo creato un club a Genneruxi, esattamente in via Zagabria.

Come si chiamava?

Il nome era ‘’Pigamma’’.

Da cosa nasceva questo nome?

Era semplicemente l’acronimo contenente le iniziali dei fondatori ovvero il sottoscritto e altri amici.

Che anni sono stati quelli?

Direi magnifici, ci siamo davvero divertiti tantissimo. All’epoca nel nostro club facevo anche il disc jockey con il nome d’arte di El Pablo, i miei amici mi chiamavano così perché amavo tanto e cantavo frequentemente il brano di Francesco De Gregori intitolato ‘’Pablo’’ contenuto nel disco ‘’Rimmel’’. Dalle 15.30 alle 16.30 mettevo cantautori come Bob Dylan, lo stesso De Gregori, Branduardi, De André e Guccini mentre dalle 17 in poi mettevo gruppi come gli Slade oppure artisti e artiste come Barry White, Brenda Lee, Diana Ross, i Rolling Stones, gli Slade e i Chicago.

Hai mai pensato di lasciare Cagliari?

Certo, quando ero giovane. È inevitabile che quel pensiero bussi alla tua porta, soprattutto durante la giovinezza. Ho sempre avuto un senso di libertà fortissimo, ho sempre voluto conoscere altre culture. Sognavo ad esempio di andare in Australia, terra che mi ha sempre affascinato tantissimo.

Vorresti andarci anche ora?

Chi lo sa, mai dire mai, chiaramente si parla di un desiderio giovanile che adesso rappresenta un dolce ricordo.

Teatralmente parlando come ti definiresti?

Difficile rispondere con esattezza, però dovendo trovare una definizione mi definirei senza dubbio come un beckettiano e al contempo un pinteriano.

Come mai?

Ho avuto la fortuna di lavorare con un artista di spessore come Claudio Morganti grazie a cui ho scoperto questi due autori di incredibile valore ovvero Samuel Beckett e Harold Pinter. Grazie a questo lavoro certosino su figure come le loro sono riuscito a cogliere lati del teatro che sino ad allora non avevo ancora colto. Ho imparato che è importante andare in scena facendosi guidare dall’imprevedibilità e da ciò che accade davvero sul palco, ovvero ciò va oltre gli schematismi e la razionalità. Quando ti lasci andare è l’istante in cui affiora davvero la genialità, è quello l’istante in cui il teatro ti coglie mentre lo stai facendo.

Cosa significa per te fare teatro?

Fare teatro significa essere veramente vivo, va oltre la precisione tecnica. Quando sali sul palco devi sentire la gioia dentro di te, è come uno stato di grazia: non va cercato, semplicemente arriva e proprio in quel momento si verifica la magia.

Come vedi il teatro in questi ultimi tempi?

Mah, è difficile rispondere con esattezza. Il teatro nonostante il tempo che passa è sempre magico, sicuramente però rispetto al passato mancano i grandi maestri. Fare teatro è molto complesso, ti giochi la vita quando fai teatro. Oramai tutti vogliono salire sul palco, tutti vogliono apparire ma fare teatro è mettere prima di tutto il proprio corpo e la propria anima in ciò che si fa, è una questione davvero vitale.

A proposito di Pinter, una delle sue opere più significative è ‘’Vecchi tempi’’: a te i vecchi tempi mancano?

No, non mi mancano. Li ricordo con piacere ma non li rimpiango assolutamente. Gli anni passano, il corpo cambia e cambiano tantissime cose dentro e al di fuori di sé ma io resto sempre alla ricerca di qualcosa.

A cosa corrisponde questo qualcosa di cui parli e di cui sei alla ricerca?

Io voglio capire se esiste davvero qualcosa di diverso. La vita è un grande giro e in questo giro voglio cogliere ciò che non sono riuscito a comprendere e a vedere precedentemente. Alla fine si ritorna sempre lì, cerchiamo sempre ciò che non conosciamo.

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