Su Poettu

16 Luglio 2012

Alfonso Stiglitz

“Le dune? Non le vogliamo perchè chiudono la vista del mare. Al limite si possono fare alte un metro” disse, all’alba del nuovo millennio, l’allora Assessore all’urbanistica e all’ambiente del Comune di Cagliari, nonchè docente universitario, di cui taccio il nome per l’imbarazzo che provocano.
Guardare il Poetto dall’alto della Sella dove mugghia Sa ucca e su tiallu, “come fa mar per tempesta”, mentre scaviamo alla ricerca dei segni di Astarte che con i suoi venti guidava al porto i marinai stremati dal lungo viaggio, guardare il Poetto, dicevo, dà ragione, ahimè, all’assessore. Non si vedono dune e la spiaggia è un accessorio quasi superfluo, seppure immerso nella suggestione del volo d’uccello, come il gabbiano che mi passa davanti.
Guardare il Poetto con la vista che indugia sulle strade raddoppiate, sulle case, sulle costruzioni che coprono la sabbia, sulle barche, ma non sulle dune, assenti, portate via. Destino baro e assolutamente cinico quello del Poetto, spiaggia sterminata “bianca di sabbia e allucinante di sole” come la raccontava Francesco Alziator ignaro del grigiore attuale, colore preferito da amministratori e scienziati novelli Stranamore, che in un giorno sciagurato decisero di immettere nuova sabbia, grigia, grezza, triste.
Guardare il Poetto e realizzare che non è più una spiaggia: è una strada, un luogo di mezzi meccanici con uno spazio per bagnarsi. Una delle cause della scomparsa della spiaggia e delle dune era, notoriamente, la strada che la percorreva; venne promesso di levarla e ristabilire la continuità spiaggia pineta, con un strada di passaggio vicino alle saline. Oggi le strade sono due, di cui una enorme e la vecchia ancora lì; della pineta nessuno si ricorda più. “Parcheggiate sui mie ricordi” urlava Linus quando un impresa demolì l’edificio nel quale era nato per trasformarlo in parcheggio. Un urlo sovversivo e forse per questo inascoltato.
Guardare il Poetto e vedere le distinzioni politiche ben definite: il cemento dei privilegi militari da una parte, l’agonia della spiaggia dall’altra. Nei giorni dello spread e della spending review abbiamo visto che tutti dobbiamo sacrificarci per dotarci di avveniristici armamenti, priorità nelle nostre guerre immaginarie: abbattere gli stabilimenti per il riposo dei guerrieri può essere un utile risparmio e, soprattutto, un sollievo, piccolo ma buono, per la spiaggia.
Guardare il Poetto e dimenticare tutto quello che c’è alle sue spalle. È una spiaggia giovane, di appena qualche migliaia di anni. Diciottomila anni fa, quando il mare era più basso di oltre cento metri, la spiaggia stava a chilometri al largo, ampia e solare, altro che ripascimento. Ma centotrentamila anni fa c’era un’altra spiaggia, più antica, che oggi chiamiamo Is Arenas: due spiagge gemelle che oggi quasi non si parlano per colpa nostra. Nostra? A dire il vero un colpevole più specifico esiste, così come esistono coloro, i cittadini e le associazioni, che tentarono di opporsi: al tramonto del vecchio millennio l’allora Sindaco, oggi strenuo difensore dell’ignobile legnaia dell’anfiteatro, di cui tacciamo il nome sempre per l’imbarazzo che provoca nelle sue uscite, si oppose all’inserimento del Poetto nel Parco di Molentargius, spezzando definitivamente il cordone gemellare che univa le due spiagge e stabilendo l’agonia dell’arenile.
Guardare il Poetto e vedere le saline, il sapiente lavoro dell’uomo che dalla preistoria è riuscito a trarre da questo tratto di mare interno il bianco oro, che più di quello giallo ci ha fatto evolvere nella civiltà.
Guardare il Poetto e vedere alle sue spalle il rosa dei fenicotteri, il bianco, rosso e nero dei cavalieri d’Italia, il bianco delle garzette, il grigio degli aironi. Guardare il Poetto e non vedere più il cannocchiale di Helmar Schenk, un sardo venuto dalla Germania e fermatosi qui come fanno i suoi uccelli, che qualche giorno fa è partito per un nuovo viaggio, in un’altra dimensione; chissà se con un altro Poetto.

N.B.
Le imbarazzanti affermazioni dell’assessore all’urbanistica sono tratte dal bel libro di Roberto Paracchini, Poetto nel cuore, Cagliari, CUEC, 2002, ricco di dati, informazioni, storie sulla nostra spiaggia, così come dei nomi taciuti nel testo.
Sa ucca e su tiaullu, la bocca del diavolo, è una cisterna punico-romana posta sulla cima della Sella del diavolo, parte integrante del sistema idrico del santuario di Astarte, che in questi giorni stiamo scavando con un progetto in collaborazione tra l’Università e il Comune di Cagliari.

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