Ultras sleeping dances di Cristina Kristal Rizzo
4 Luglio 2026
[Federica Orrù]
Ultras sleeping dances di Cristina Kristal Rizzo con Marta Bellu, Jari Boldrini, Barbara Novati, Cristina Kristal Rizzo, Charlie Laban Trier è andato in scena lunedì 8 giugno nell’ambito delle Giornate del Respiro, festival di Sardegna Teatro che ha animato Cagliari dal 3 al 14 giugno.
Il pubblico è disposto attorno allo spazio scenico, collocato in contiguità ad esso. L’illuminazione fissa, bianca e implacabile è già accesa quando cinque figure fanno il loro ingresso in scena. Il loro abbigliamento è composto da jeans e camicia bianca; portano delle parrucche sintetiche.
La musica viene avviata da un laptop. Il movimento dei performer si sviluppa sul piano orizzontale, a terra; è piccolo, raccolto, intimo e distaccato ad un tempo. Sono dei dormienti esposti al flusso di un moto ininterrotto. La musica e la danza non convergono, semplicemente coesistono. Ogni parte del corpo sembra attivare col movimento la risposta di un’altra. Lo sguardo vaga dall’osservazione dei singoli interpreti alla visione generale. La qualità pura e sottile dei movimenti fa in modo che il gruppo di performer appaia quasi come un affascinante e ipnotico congegno cinetico.
Poi irrompe la canzone Shape of you, di Ed Sheeran, e le figure lavorano sul piano verticale. Se fino a quel momento sembra che l’uso della musica non dialoghi con l’azione scenica, l’associazione del brano con quei corpi sovraesposti provoca l’impressione fortissima di trovarsi davanti a dei manichini di una vetrina in un centro commerciale.
La contemplazione del dato sensoriale, che aveva prevalso finora, cede il passo al puro straniamento.
All’improvviso, i danzatori cominciano a perdere sangue artificiale dalla bocca. Il sangue cola, macchia i vestiti, imbratta il pavimento. Gettati crudelmente nella vita attraverso un fiotto di sangue, le figure si animano, quindi si emancipano.
Sembra chiaro: passano dall’essere esposti all’esporsi, dall’essere agiti all’agire. Gradualmente, i performer cominciano a entrare in relazione con una serie oggetti ludici (lo stick al mentolo e lo slime) che si trasformano in dispositivi attivanti. Giungono a abbandonare le parrucche e quegli abiti dalla sinistra anonimia per indossare indumenti vissuti e attraversare una serie di danze che sembrano corrispondere ad altrettanti momenti esistenziali: quello del pianto disperato, quello del gioco, fino alla conquista di una danza piena, che oltrepassa ogni schema. Ci si domanda se le luci siano cambiate: non sembrano più così fredde. La luce al neon sembra tradursi in chiarezza di sguardo. Ad essere cambiato è solo il modo in cui i performer abitano lo spazio.
Ma tutto questo è un sogno, un’impressione. È uno spazio interpretativo concesso da quanto sta accadendo sulla scena, che pur non pilotando una narrazione precisa, offre a chi osserva una stratificazione di impressioni sensoriali e percettive, oltre a incoraggiare un’elaborazione di significato.
L’autrice fa dello spazio scenico un habitat, che in quanto tale risponde a delle regole. Esse permettono ai danzatori di non essere semplici interpreti di una coreografia, ma piuttosto di attraversare la danza come elemento vivo, come accadimento.
Ultras sleeping dances si afferma attraverso le corporee presenze dei danzatori, le quali si espongono allo sguardo del pubblico, e così facendo lo interrogano. Evitando qualsiasi tracimazione emotiva, la performance adotta artifici antiretorici per farne i propri elementi espressivi. L’artificio è falsità? Le lacrime che i danzatori si provocano utilizzando degli stick al mentolo, sgorgando copiose e segnando i loro volti, appaiono molto più sincere di una mimesi naturalistica. Quel pianto indotto, eppure viscerale, amplia la realtà, la riconfigura, ed è per questo che Ultras sleeping dances è un lavoro magnetico e incisivo.
Questo contenuto è stato realizzato nell’ambito degli insegnamenti di Discipline dello spettacolo dell’Università di Cagliari.







