Alcune considerazioni sul voto in Sardegna e sul progetto della sinistra sarda

1 Marzo 2019

Foto Roberto Pili

[Alessandro Tedde]

Questo scritto amplia l’analisi sul voto in Sardegna che mi è stata richiesta dai compagni di Transform!Italia per il sito della loro fondazione. Poiché tanto, forse tutto, è stato già detto, ho deciso di dedicare parte dello spazio ad un’analisi del pre e del post voto e di condividerla, aggiornata, con i compagni del Manifesto Sardo.

Prima di iniziare, voglio chiarire che nelle mie considerazioni non trovano spazio sentimenti quali il rancore o la rassegnazione, piuttosto la volontà di sentirmi libero di esprimere un’opinione senza remore e di farlo con un certo realismo politico. Chi vorrà, argomentando, potrà smentirmi e contraddirmi: sappia, fin da ora, che io gliene sarò anzi grato.

1. Tertium non datur: nessuno spazio per terzi (o quarti) poli elettoralistici

L’odierna vittoria del centrodestra sardo-leghista ha radici profonde che risalgono fino alla XIII legislatura, quando il “grande e addirittura epocale progetto di cambiamento istituzionale, politico ed economico della Sardegna” promosso da Renato Soru e dal centrosinistra fallisce nel compito assegnato dagli elettori “di risollevare le sorti della Regione dopo la disastrosa esperienza del centrodestra dal 1999 al 2004 e di disegnare un nuovo modello di sviluppo fondato sulla tutela degli ultimi” (Peretti, 2010:7)1.

Gli elettori sardi, nell’ultimo quarto di secolo, hanno mostrato di non ritenere possibile più di un’alternativa al centrodestra, e solo di fronte ad un palesato malgoverno (Pili: 1999-2004; Cappellacci: 2009 al 2014), mentre chi ha provato ad ingaggiare una sfida tripolare per il governo si è dovuto arrendere. In Sardegna – ormai è dimostrato – alle elezioni regionali non c’è spazio per uno schema tripolare assimilabile a quello delle ultime elezioni politiche. Se il dato di Michela Murgia nel 2014 (10,30%, con solo 6,77% alla coalizione) poteva essere ricondotto alla legge elettorale vigente, antidemocratica e liberticida, l’attuale risultato del Movimento 5 stelle (9,72% di lista; 11,18% al candidato presidente) conferma il dato politico della costante e storica assenza di spazio per un 3° polo elettoralistico che voglia competere per il governo.

Altrettanto deve constatarsi l’assenza di uno spazio per un 4° polo elettorale marcatamente votato all’opposizione, sia esso comunista (2019: “Sinistra sarda”, 0,6% e candidato Lecis 0,59%), socialista (2009), indipendentista o autonomista (in tutte le tornate)2.

Secondo parte dei gruppi dirigenti locali, la logica conseguenza sarebbe la necessaria organicità al PD e al centro-sinistra di qualsiasi forza di alternativa, prescindendo da qualsiasi analisi concreta della situazione concreta. Si tratterebbe di una tesi parzialmente veritiera ove le condizioni della Sardegna consentissero di condurre battaglie squisitamente tattiche ed elettoralistiche, fondate su di un’idea di “guerra di movimento”. A quel punto, non vi sarebbe altra possibilità che convergere tutti nell’unico campo progressista, magari contribuendo al suo maquillage fornendo volti giovani o candidati civici.

Tuttavia, la scuola dell’analisi concreta della situazione concreta – cui mi sento di appartenere – è invece ben conscia del fatto che il governo di una regione, peraltro complessa come la Sardegna, sia una questione del tutto strategica, che vada sviluppata politicamente, prima che elettoralmente, nel quinquennio antecedente le elezioni ed entro un più ampio disegno di una gramsciana “guerra di posizione” di lunga durata. D’altronde, è bene ricordarsi che è la stessa previsione costituzionale di un Piano di Rinascita sarda che impone di guardare al buon governo dell’Isola come un compito storico e non transitorio.

2. La sinistra sarda, progetto strategico ormai secolare

Come nelle passate tornate elettorali, alla Sardegna è mancato un progetto strategico di qualsiasi ideologia. Secondo una lunga tradizione che si situa tra il gattopardismo di Tomasi di Lampedusa ed il sovversivismo delle classi dirigenti di Gramsci, infatti, ogniqualvolta si delinei una proposta distante dai vecchi conglomerati di potere emergono spinte conservative nei gruppi dirigenti locali, spesso supportati da quelli nazionali: la vicenda della “sinistra sarda”3, di cui qualche anno fa ho contribuito a scrivere qualche pagina4, è uno dei tanti esempi.

Se guardassimo al profilo ideologico dell’insieme di forze che nei loro statuti e programmi intrecciano la tradizione politico-culturale del movimento dei lavoratori con quella dell’autonomismo, noteremmo che esiste un blocco secolare di forze della sinistra sarda5 che più volte, lungo un secolo, ha dimostrato di essere una potenziale forza di maggioranza relativa. L’ultima delle conferme, nel 2014, è il dato elettorale di queste forze che ideologicamente si potrebbero definire di sinistra sarda, pari a circa 150 mila voti: un bacino elettorale, collocato a sinistra, che eguagliava il primo partito (il PD) e superava di 25 mila voti il secondo (Forza Italia), ma che si ritrovò diviso in tre coalizioni, similmente a questa tornata elettorale.

La potenziale massa critica di una proposta politica di autogoverno della Sardegna fondata sulla centralità del lavoro – cuore dell’espressione “sinistra sarda” intesa come progetto strategico – che, unita, potrebbe rappresentare il più grande partito (o polo) politico della Sardegna, con dimensioni tali da poter ambire a governare la Regione senza la necessità di alleanze spurie (anche grazie ad una legge elettorale dotata di un premio di maggioranza), è oggi vanificata dalle divisioni indotte dal prevalere di un atteggiamento tattico ed elettoralistico in seno ai gruppi dirigenti locali e non.

3. Dalla sinistra sarda a “Sinistra sarda”

Di quest’ultimo segno è stata l’unica proposta elettorale che si richiamasse esplicitamente all’idea di sinistra sarda, il cui gramo risultato odierno (0,6% pari a 4273 voti di lista contro il 2,04% pari 13.982 voti di lista del 2014) è figlio di una politica che, per usare una metafora sportiva, vorrebbe affrontare una 42 chilometri di maratona come se fosse equivalente ad una lunga sequela di scatti sui cento metri.

Quando nel 2014 Sinistra XXI Sarda promosse la Rete delle associazioni e dei movimenti per la Sinistra sarda (con “La Sinistra per la Sardegna”, “Socialismo 2000”, “Movimento per il Partito del Lavoro” ed alcuni compagni dispersi della sinistra diffusa, del mondo comunista indipendentista e sovranista o autonomista, nonché il contributo programmatico esterno dell’Associazione Politica e Culturale Gramsci), era intenzione di formare un gruppo coordinato di soggetti politico-sociali che si muovesse attorno ai partiti comunisti storici (similmente all’antico progetto della sezione italiana della Sinistra europea). La lista “Rifondazione – Comunisti Italiani – Sinistra Sarda” – nota ai più come “Sinistra Sarda” – fu il primo passaggio di un accordo intessuto alcuni mesi prima delle elezioni tra i due partiti e i movimenti, in prospettiva di tradurla, dopo le elezioni, in una sorta di esquerra unida i alternativa della Sardegna (con l’obiettivo di attivi unitari, sedi congiunte, ecc.).

Anche aiutati dalla prospettiva unitaria che si stava delineando per le vicine elezioni europee, nuove ed impreviste energie si attivarono e ciò consentì di eleggere due consiglieri (anziché uno, come si riteneva dapprincipio). Quel successo elettorale, seppur piccolo, scosse le ancor deboli fondamenta del progetto politico e, di fronte alla convocazione per le trattative sulla Giunta (cui la lista aveva avuto accesso a seguito del risultato), emersero le diversità di vedute tra i tre soggetti (PRC, PDCI, Movimenti).

Poiché non è mia intenzione elargire patenti di responsabilità ormai fuori tempo massimo, mi limiterò a dire che, con opposte motivazioni che spesso smentivano precedente dichiarazioni, i tre soggetti evitarono di proposito di confrontarsi, dando luogo ad un ridicolo balletto di veti incrociati, scorrettezze e bassezze che non si sarebbero indirizzate nei confronti del nemico, per il rispetto che gli si deve sul piano umano. Il centro-sinistra guidato dal PD, cogliendo l’evidente divisione interna alla lista, iniziò anch’esso a sostenere che “Rifondazione – Comunisti Italiani – Sinistra Sarda” non fosse altro che un cartello elettorale composto da forze distinte, che, pertanto, non avessero alcun diritto di rappresentanza in giunta. Per tutta risposta, anziché un’unica smentita, ne arrivarono tre (tutte diverse: 1: “siamo fuori dalla giunta”; 2: “siamo dentro la giunta”; 3: “siamo dentro la giunta, ma con un tecnico”).

Inutile soffermarsi sul chi disse cosa: eravamo tutti sulla stessa barca e, infatti, annegammo poi tutti, chi prima e chi meno: infatti, anche i due consiglieri eletti abbandonarono i rispettivi partiti, quando questi ultimi decisero di uscire dalla maggioranza)6.

Il cartello elettorale “Sinistra Sarda”, presentato quest’anno dai due partiti e da qualche esponente della sinistra sociale al fine di non dover raccogliere le firme, è figlio di quegli errori: se non si tiene conto di questo fatto, non è possibile spiegarsi il risultato odierno, se non ricorrendo a qualche giustificazione di sorta, come la ricorrente questione del “voto utile”.

4. In conclusione, un auspicio per tutti

Io non so se il posizionamento nel centrosinistra di allora fu corretto, né se lo sia stato l’attuale: ovvio, mi colpisce che cinque anni fa si ritenesse possibile una desistenza con un candidato notoriamente liberista come Pigliaru e a questo giro la si ritenesse impossibile con un socialdemocratico come Zedda.

Cionondimeno, poco sarebbe cambiato e per le sorti della Sardegna (che oggi si ritrova guidata da un sardo-leghismo che ricorda il sardo-fascismo contro cui si batté Emilio Lussu) e per quelle della sinistra sarda, del cui progetto strategico si è salvato solo il nome e poco più (ritirando fuori il vecchio simbolo unitario per ovviare al problema della raccolta delle firme). Ma, come detto, in Sardegna, per i progetti meramente elettorali non è data una terza opzione, sebbene ci si ostini ogni volta ad inventarsene di nuove.

Ritengo, invece, del tutto valide le ragioni di un progetto strategico di sinistra sarda, le cui secolari radici non soffrono del gramo risultato elettorale: per l’opzione politica unitaria della sinistra e degli autonomisti è ancora lontano il momento del de profundis, anche perché, come affermava Lussu, quella sarda è “una stirpe guerriera” e non v’è motivo di credere che la sua sinistra non possa esserlo altrettanto.

Tuttavia, vorrei che quanto accaduto possa essere utile anche ad altri: nel 2014, in Sardegna avevamo dato inizio ad un qualcosa che poi abbiamo rapidamente dilapidato, così come rischiamo di fare, sul piano europeo, con l’importante risultato di cinque anni fa. Siccome dalle mie parti si sostiene che “in camminu s’acconza lu barriu”, che letteralmente significa “mentre si cammina, il carico si aggiusta”, è bene soffermarsi a ragionare sull’importanza che ha il fatto di iniziare qualcosa, anche se tutto non è in ordine, perché di solito le cose si possono sistemare “in camminu”.

Alessandro Tedde è il presidente nazionale Sinistra XXI – per l’alternativa di società

1 F. Peretti, Introduzione a Licheri, A. (2010). Il breve volo: il presidenzialismo carismaticoo di Renato Soru. Sassari: C. Delfino.

2 Preciso che discuto di poli “elettorali”, cioè di progetti politici la cui forma definita (simbolo, candidato presidente, programma, candidati più rilevanti) avviene nel solo anno precedente la tornata elettorale.

3 In questo articolo la riassumerò brevemente, chiedendo al lettore la pazienza di andare ad approfondire nelle sezioni apposite del sito di Sinistra XXI: http://sinistra21.it/index.php/articoli/tag/sinistra%20sarda

4 Sette anni fa, un deliberato dell’esecutivo nazionale di Sinistra XXI riconosceva piena sovranità alla sua componente sarda, che dava vita al progetto strategico della costruzione della sinistra sarda: http://sinistra21.it/index.php/sinistre-autonome/sinistra-sarda .

5 La contiguità politica tra movimento operaio e movimento autonomista è una costante storica: attorno al Partito Sardo d’Azione “nel periodo della guerra civile, si strinsero tutti i partiti del proletariato: comunisti, massimalisti e socialisti. E fu il Partito Sardo d’Azione che diresse la lotta. Comunisti, massimalisti e repubblicani che, nel 1924, non avevano candidati, votarono per il Partito Sardo d’Azione” (Lussu, 2014:23). Tutte le citazioni sono tratte dal volume dedicato a Emilio Lussu della collana “I pensatori sardi”, edita da L’Unione Sarda nel 2014.

A parere di Gobetti, l’autonomismo storico sardo fu, con il comunismo ordinovista, uno dei due movimenti originali e rivoluzionari sorti nel dopo-guerra in Italia, “quello degli operai del Nord attorno all’Ordine Nuovo, sorto dall’ambiente industriale, e quello del Partito Sardo d’Azione, formatosi attorno ai contadini, in un ambiente prevalentemente rurale” (Lussu, 2014: 21-22). Come nel Settentrione d’Italia i partiti operai erano in contrasto con i partiti della borghesia, così nella stessa misura il movimento sardo dei combattenti e del Partito Sardo d’Azione “non hanno mai avuto niente a che fare con i depositi elettorali dei vari gruppi della ‘democrazia’, né con Nitti né con Amendola. Con le basi elettorali di questi gruppi, il movimento dei combattenti e del Partito Sardo d’Azione è stato in costante contrasto […] il Partito Sardo d’Azione non è mai stato né un partito della ‘democrazia’ parlamentare né un partito della borghesia” (Lussu, 2014:19-20) [piuttosto] Il Partito Sardo d’Azione può definirsi sia stato un partito di masse popolari a orientamento socialista” (Lussu, 2014:23).

6 Gli interessati potranno sfogare la loro curiosità leggendo gli articoli ai link indicati o mediante una breve ricerca sugli archivi online dei quotidiani sardi.

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