Considerazioni sul Giorno del Ricordo

9 Febbraio 2022

[Marco Sini]

Nessuna negazione delle foibe e dell’esodo di italiani istriani, fiumani e dalmati da quelle terre. Il dissenso non è su questo punto, ma su come questi fatti drammatici di fine guerra e dell’immediato dopoguerra nei territori di confine orientali del nord-est vengono raccontati rispettivamente dalla pluridecennale propaganda della destra neofascista e, da una trentina d’anni, anche dal centrodestra italiano, e su come è raccontato dagli storici specialisti che quelle vicende hanno studiate e, aggiungo, dal peso specifico, dalla valenza e dalla collocazione storica che a quelle vicende viene data.

La Legge 30 marzo 2004, n. 92, istitutiva della Giornata del Ricordo prevede che: “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.                    

E’ nota la genesi di questa legge (proposta dall’on. Nania di Alleanza Nazionale con i suoi propositi politici veri, mai accantonati) che, con qualche significativa modifica del testo originario, è stata approvata dal Parlamento ed è diventata una legge della Repubblica che va rispettata.

La legge prevede che le vittime delle foibe, di “tutte” le vittime delle foibe, e dell’esodo siano ricordate anche con specifici riconoscimenti da consegnare ai familiari, con modalità stabilite da una Commissione presso il Ministero della Difesa, tenendo conto però dei limiti imposti dal disposto dell’articolo 3 comma 3 della Legge n. 92 che recita: “Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono morti in combattimento o sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia”.

Ciò significa che poiché il territorio dell’attuale Friuli-Venezia Giulia, l’Istria e la cosiddetta “Provincia di Lubiana” facevano parte all’epoca della Zona D: ‘Zona Operazioni Littorale Adriatico (ZOLA), costituita dai nazisti dopo l’8 settembre ‘43 e amministrata direttamente da un Supremo Commissario nazista nominato da Hitler, in cui la stessa RSI non aveva alcun potere e in cui le sue formazioni armate potevano entrare e operare solo ed esclusivamente con il permesso e sotto la direzione dei tedeschi. Pertanto l’adesione alla RSI e il servizio per la RSI, in quanto agli ordini dei nazisti non può considerarsi “a servizio dell’Italia”. La partecipazione volontaria alla RSI in quel territorio risulta dal fatto che il 12 novembre del ’43 il Supremo Commissario nazista dispose che l’arruolamento nelle formazioni della RSI poteva avvenire solo “sulla base di presentazione volontaria” (“Il Piccolo”, 12 novembre ’43, pagina 1).

Risultano pertanto due condizioni (il carattere volontarie e l’attività collaborazionista) che in base della legge ostano alla concessione della “insegna metallica con relativo diploma”.

Purtroppo, per le modalità di conferimento dei riconoscimenti, nel tempo, accanto ai riconoscimenti dovuti a italiani “vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre….” e che non rientrano quindi nella eccezione di cui all’art. 3 della Legge, sono stati dati impropriamente  riconoscimenti a italiani che invece rientrano nella eccezione dell’art. 3 della Legge, in quanto “caduti in combattimento” o, peggio, a italiani che sono stati arrestati, deportati e fucilati e infoibati dall’Esercito di Liberazione jugoslavo in quanto soldati dei Reggimenti (del Mussolini in particolare) e dei corpi armati (in specie Milizia fascista e Polizia) della RSI, occupanti e fedeli agli occupanti tedeschi o appartenenti alle Amministrazioni locali fasciste, nella fase immediatamente successiva all’8 settembre 1943, per circa un mese, e nella fase dalla fine di aprile a maggio e giugno 1945, quindi i riconoscimenti sono stati dati a italiani che non “erano al Servizio dell’Italia”, come recita il comma 3) dell’art. 3 della Legge n.92..

L’ANPI di Cagliari alcuni anni fa è intervenuta formalmente con lettera al Prefetto di Cagliari per esprimere dissenso per il riconoscimento alla memoria di una persona che non aveva i requisiti in quanto collocabile nella casistica dell’art. 3 della Legge, mentre paradossalmente nella stessa giornata, in una scuola superiore, si ricordava una vittima delle foibe, guardia di finanza e partigiano di GL, che, perlomeno a noi, non risultava che avesse ricevuto alcun riconoscimento pur avendone i requisiti! 

Storia, fatti accertati e l’improponibile equiparazione tra foibe e shoah

Le ricerche storiche, i convegni e iniziative previste dalla legge per la Giornata del Ricordo devono partire da questa premessa e non dalle strumentalizzazioni politiche e dalla lettura di quelle vicende (foibe e esodo) in una chiave neo-fascista che porta a una meccanica equiparazione della italianità con il fascismo e a dire che “i partigiani comunisti titini” hanno fucilato e infoibato o espulso gli italiani in quanto italiani (concetto di pulizia etnica).

Questa lettura non solo non è veritiera sul piano storico, ma salta il prima, le cause, con le responsabilità della occupazione di quelle terre da parte del regime fascista e delle oppressioni violente nei confronti delle popolazioni slave di quelle terre, perpetrate dall’esercito italiano di occupazione agli ordini del Gen. Roatta con uccisioni e fucilazioni indiscriminate di civili slavi, villaggi bruciati e internamenti in campi di concentramento “Simil- Lager germanici”. Questa lettura si accompagna non solo con la falsificazione degli eventi ma ha teso anche a gonfiare a dismisura i numeri delle vittime, senza alcun riscontro storico. Certo il prima e la individuazione delle responsabilità dei crimini fascisti non possono giustificare in alcun modo le uccisioni e soprusi posti in essere dall’esercito di Liberazione jugoslavo nei confronti di persone innocenti nella parte finale della guerra e nell’immediato dopoguerra, ma possono spiegare il contesto e il clima.

Sui fatti storicamente accertati, su luoghi e numeri e sulle premesse storiche di contesto, hanno dato un notevole contributo le ricerche di Claudia Cernigoi, di Raul Pupo e ultimamente di Eric Gobetti.

Le loro ricerche hanno documentato che l’equiparazione Foibe e Esodo con “genocidio” o “pulizia etnica” degli italiani di quelle terre da parte Jugoslava è una forzatura ideologica fuori dalla storia reale.

Sì è trattato di una operazione che viene anche definita di epurazione politica da parte delle autorità jugoslave che ha prodotto, è vero, vittime italiane, anche innocenti, ma non certo di “pulizia etnica” o addirittura “genocidio”. Se così fosse stato le forze militari jugoslave avrebbero ucciso o espulso tutti gli italiani abitanti di quei territori. Il fatto che moltissimi italiani, abitanti nei nei villaggi rurali, ma anche nelle città, siano rimasti lì e non abbiano scelto l’esodo, dimostra che non si è trattato di genocidio né di pulizia etnica “ad opera dei partigiani comunisti Titini”, come la vulgata fascista e della destra italiana vuole far credere.

Quindi nessun “negazionismo” o “riduzionismo” nel ricordo di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo ma ancoraggio storico ai fatti accaduti e al prima che li ha preceduti e determinati!

Chi si ostina ancora a equiparare la Shoah con le Foibe, specie come capita spesso in prossimità della Giornata della Memoria, dovrebbe vergognarsi!

E’ indegno e antistorico paragonare l’eliminazione programmata di un intero popolo di milioni di individui (ebrei) ad una pur terribile e ingiustificabile repressione politica che ha colpito e portato alla morte circa 4000 persone e all’esodo di circa 300.000 persone, drammatico certo per loro e per le loro famiglie, ma simile, purtroppo, a tanti di altri casi che storicamente si sono verificati nel dopoguerra in zone di confine e con numeri ben più elevati.

Per stare al dopo Seconda guerra mondiale, si pensi ad esempio al confine tra la Germania e la Cecoslovacchia e tra la Germania e la Polonia.

Ci si può documentare sul dopo seconda guerra mondiale e sui numeri delle inevitabili uccisioni/espulsioni/esodi forzati e deportazioni violente di uomini, donne e bambini di etnia tedesca che abitavano stabilmente nei Sudeti in Cecoslovacchia, nella Polonia occidentale, in Ungheria, in Romania, in Danimarca e nella stessa Jugoslavia. Sono tutti luoghi dove era arrivata l’occupazione nazista, su internet in diversi siti storici attendibili ci sono i numeri che sono enormi se rapportati ai numeri del confine orientale dell’Italia con Slovenia e Croazia. Furono circa 3 milioni e mezzo i tedeschi, in prevalenza civili, espulsi dai Sudeti in Cecoslovacchia, dall’Ungheria 60.000 espulsi come profughi e circa 100.000 deportati in URSS in campi di lavoro forzato; circa un milione di profughi civili tedeschi dalla Polonia dell’Ovest. Per stare al tema delle Foibe e dell’esodo di popolazioni italiane dall’Istria e dalla Dalmazia, dalla Jugoslavia dell’immediato dopo guerra circa 500.000 persone di etnia e lingua tedesca poterono emigrare negli USA e ben 5.800 abitanti di etnia e lingua tedesca sono stati uccisi dall’esercito jugoslavo e anche da civili jugoslavi e i sopravvissuti adibiti ai lavori forzati, mentre altri 30.000, soprattutto donne, furono deportati a fine 1945 in URSS.

Mai nessun parlamento nella Germania ovest fino al 1989 e nella Germania unificata da allora ha mai pensato di istituire un giorno del ricordo per questi diversi milioni di tedeschi abitanti poco oltre il confine Germania, vittime civili uccisi e/o deportati o resi profughi.

Con ciò non si intende sminuire i fatti drammatici accaduti nelle zone di confine del nord est italiano in territorio sloveno e croato, ma si pone l’esigenza di collocare questi fatti, nella dimensione giusta, nello scenario dei morti e delle macerie materiali e morali del fine guerra e del primo dopoguerra europeo.

L’ANPI ha sempre partecipato alle iniziative sulle vicende del confine del nord-est tenendo conto dell’insieme della complessità storica, senza negare i fatti storicamente accertati e con uno spirito positivo di riconciliazione e di ricerca di una Memoria condivisa tra italiani e sloveni e croati. Così come è stato nei numerosi convegni degli anni scorsi e in quello dello scorso sabato 5 febbraio al Convegno tenutosi a Gorizia “La storia insieme” promosso da ANPI e Associazioni Slovene con al centro la “Relazione della Commissione Storico-Culturale Italo-Slovena come base di una comune Memoria transnazionale di due Popoli”.

Ciò si deve perseguire non certo con obbrobriosi manifesti quarantotteschi, come ha fatto la Regione Piemonte e altre Istituzioni pubbliche, ma con atti di riconciliazione come è stato l’incontro del luglio 2020 tra il Presidente Mattarella e il Presidente sloveno Pahor ai due Monumenti che ricordano le Foibe e la Resistenza jugoslava, per la quale hanno combattuto e sono morti migliaia di italiani, e nell’ottobre scorso con l’incontro a Gorizia e Nova Goriza, capitali della cultura europea 2025.

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