Dominio dei tiranni sabaudi e colonialismo culturale e linguistico

1 Febbraio 2020
[Stevini Cherchi]

I Savoia quando arrivarono in Sardegna nel 1720, istaurarono un dominio che presenta tutte le caratteristiche del governo coloniale. Tutti gli atti che i regnanti sabaudi compiono nell’Isola infatti, sia prima che dopo l’unificazione italiana del 1861, sono improntati ad un atteggiamento coloniale.

Limitiamoci all’aspetto linguistico e culturale; che non può andare disgiunto da tutte le considerazioni sulla politica di rapina e spoliazione sistematicamente condotta da tutti i Savoia, perché ne costituisce un mezzo e presupposto; aldilà infatti delle considerazioni politico-economiche è proprio l’aspetto linguistico e culturale che ha giocato un ruolo enorme.

La repressione dell’uso dei “dialetti sardi” e l’imposizione della lingua italiana come mezzo di “incivilimento” è stata applicata da subito su un popolo che già dall’inizio è visto come costituito “per sua natura, da nemici della fatica, feroci e dediti al vizio”, Sardegna “paese maledetto”, con il sardo che è “più selvaggio del selvaggio, perché il selvaggio non conosce la luce e il sardo la conosce”. Cosa può restare a un popolo per sentirsi tale, se così lo definisci e per di più gli togli la lingua: “proibendo severamente l’uso del dialetto sardo in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche tranne le prediche”? Prescrivendo “l’esclusivo uso della lingua italiana per incivilire alquanto quella nazione, affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo”?

Da subito quindi l’italiano viene imposto nelle scuole e se all’inizio riguarda solo pochi privilegiati, nel corso dell’800 inizia a diffondersi anche per l’istruzione del popolo.

Così è nata la desardizzazione dei sardi in un progetto di omogeneizzazione culturale tipico delle potenze coloniali. Pensateci bene: io ti dico che ti impongo la mia lingua, nobile e di grande cultura, perché voglio sollevarti dal tuo stato di primitivo ignorante e ti impedisco di parlare il tuo rozzo dialetto che ti manterrebbe in questa deprecabile condizione, per farti entrare nel mondo dei popoli civili; questo è quello che ti dico e te lo ripeto, tutti i giorni, in ogni occasione, e sono così bravo a dirtelo (e così forte con i mezzi coercitivi che ho) che tu alla fine ci crederai ciecamente. Ma in realtà io lo faccio perché devo assoggettarti al mio volere, ti devo imporre le mie leggi e lo sfruttamento del tuo territorio, devo poterti rapinare impunemente le ricchezze, distruggendoti i boschi e le foreste per farne carbone o traversine per le ferrovie delle parti ricche del regno, rapinandoti i minerali del sottosuolo che arricchiscono “is stràngius”, magari facendoti morire in miniera o sparandoti quando cerchi di scioperare per migliori condizioni di lavoro, obbligandoti a darmi perfino la tua vita di soldato perché io possa sostenere le mie mire espansionistiche imperiali in Europa e in Africa; ecco, per poter fare tutto questo devo tenerti soggiogato, devo farti credere che tu non vali niente, che sei solo un selvaggio senza lingua, un rustico che balbetta un rozzo dialetto, che sei un povero inferiore, che “senza di me non ce la puoi fare” ed avrai invece, se mi seguirai, la possibilità di appartenere ad un popolo forte e grandioso che lustra di sè la storia dell’umanità.

Amici, queste sono le prodezze dei Savoia, e anche del fascismo, che Francesco Casula ci racconta mirabilmente nel suo libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” e vorrei appunto sottolineare come l’aspetto culturale e linguistico sottenda in modo subdolo a tutta la costruzione di un sistema colonialista che è riuscito a privarci del nostro “senso di sè” più genuino e convinto. E non pensiate che la democrazia dell’Italia repubblicana abbia cambiato qualcosa in questo atteggiamento. Cosa è successo, dal punto di vista culturale e linguistico dopo il 1948, e consolidandosi soprattutto dai primi anni ‘60, con la scuola di massa prima e la televisione per tutti poi? Come ci è stata raccontata la storia? Sempre con lo stesso atteggiamento coloniale, nascondendo ciò che di importante può esserci stato nella nostra storia, la splendida civiltà nuragica fiorita millenni prima della grande Roma, la grande civiltà dei Giudicati, che ha dato nel 1300 un codice di leggi come la Carta de Logu che è durato fino a metà dell’800, tutto ciò che ci può avere dato lustro nei secoli precedenti è stato sistematicamente occultato, e noi non sappiamo niente di tutto ciò. Ancora oggi circolano libri nelle scuole italiane che rappresentano l’Italia con tutti i grandi monumenti nelle grandi città d’arte e la Sardegna popolata unicamente da pecore e pastori. E tutto ciò si accompagna sempre alla proibizione di usare la nostra lingua, un codice che è nato per primo fra tutte le lingue neolatine e che per secoli ha veicolato il nostro modo di pensare e di fare, dunque la cultura spirituale e materiale del nostro popolo; un mondo di relazioni personali e comunitarie profonde, di etica del lavoro, di solidarietà nel bisogno, di “agiudu torrau”, di allegrie e sofferenze vissute in comune, con le parole della poesia e del canto nelle nostre espressioni artistiche più genuine. Quella lingua rappresenta ciò che siamo stati per secoli, ed è carica di tutta la gioia, il dolore, i sentimenti vissuti da tutti coloro che nei secoli l’hanno usata per comunicare agli altri, paesani o stranieri, idee ritagliate con quella lingua e che esse stesse ritagliano il mondo a modo loro, e assolutamente unico. Ebbene, questa lingua piena del sangue di tutti quelli che l’hanno usata, sono riusciti ad estirparcela perché abbiamo accettato di credere alle panzane che ci ha raccontato uno stato che ha tutto l’interesse che noi restiamo balbuzienti in una lingua a noi straniera, in una scuola che non ci dice niente di noi e del nostro territorio (vedi anche i dati spaventosi della dispersione scolastica nelle scuole sarde, che è la peggiore in Italia). Uno stato che, in un mondo dove la conoscenza è tutto, vuole tenerci analfabeti della nostra storia e della nostra lingua, impedendoci di studiarla e di usarla nelle situazioni formali della società e togliendoci per di più quel vantaggio cognitivo che conferisce il bilinguismo e che la scienza ha ormai dimostrato da anni. Uno stato che, con la complicità delle classi dirigenti locali asservite ed ossequianti nella speranza di utili incarichi e prebende, trova certo più facile imporre le scelte politiche e le servitù militari ed economiche, proprio come uno stato imperiale le impone alle sue colonie, se il popolo è privato della possibilità di pensare e sentire nella sua lingua, quella che ha formato di sè la sua storia.

E quindi dovremo arrivare a capire che la lingua ci serve anche per ragioni economiche, perché un popolo che ragiona con la sua testa, con la sua lingua, non si fa imporre modelli di sviluppo che fanno solo gli interessi economici degli estranei, i quali col pretesto truffaldino che ci danno il lavoro (ma che qualità di lavoro!), ci sporcano la nostra bella terra, ci fanno svendere le nostre coste per arricchire i palazzinari, ci distruggono i mezzi di produzione che sono la nostra cultura, ci rubano i posti più belli per metterci fabbriche che falliscono in pochi anni, servitù militari che portano cancro e malformazioni, raffinerie che inquinano il mare e talvolta uccidono perfino i nostri lavoratori.

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