Gli specchi dell’assenza di Faraj Bayrakdar, tra disperazione e speranza, morte e vita: un atto di resistenza per tornare a sorridere

9 Maggio 2026
Fonte foto Avvenire

[Mattia Lasio]

Davanti alla ferocia di chi della smania di potere ha fatto il proprio vile caposaldo si prospettano due direzioni da seguire: cedere e abituarsi tristemente alla violenza di chi non conosce altro linguaggio se non quello della violenza oppure lottare e farlo all’insegna delle parole, della loro forza evocativa, della loro capacità di scuotere realmente le coscienze facendo sì che di fronte alla barbarie si levino voci fuori dal coro risolute e coraggiose.

Voci come quelle di Faraj Bayrakdar, uno dei principali poeti della letteratura siriana, tra i principali oppositori del regime – durato quasi trent’anni, per l’esattezza dal 1971 al 2000 – di Hafiz al-Asad, esponente dell’ala militare del partito socialista arabo del Baath, appartenente alla corrente religiosa alauita a causa del quale fu in più occasioni incarcerato, la prima risale al 1978 ad appena 27 anni, mentre l’ultima fu quella più lunga esattamente dal 1987 – con l’accusa di essere membro del Partito Comunista laburista siriano – sino al 2000. In questi lunghi e dolorosi anni di carcere la scrittura per Faraj Bayrakdar è stata un’ancora a cui aggrapparsi, diventando uno strumento di resistenza civile notevole, una possibilità preziosa per non cedere al  disumano stato di detenzione in cui è stato è relegato. Una poetica militante e fieramente tenace di cui la raccolta poetica ‘’Specchi dell’assenza’’ – pubblicata dalla casa editrice Interlinea con la traduzione di Elena Chiti, contenente al suo interno 100 componimenti in versi a cui si aggiungono otto ulteriori testi inediti – rappresenta la più significativa dimostrazione.

Nell’introduzione di questo lavoro di forte valenza simbolica, scritto tra il 1997 e il 2000 ovvero negli ultimi tre anni di detenzione, è lo stesso Bayrakdar a spiegare cosa ha rappresentato per lui in quei frangenti l’atto dello scrivere: «La scrittura in carcere, per me», queste le sue parole, «è stata un atto di resistenza alle condizioni asfissianti della detenzione. È stata una sfida al tentativo di togliere senso al detenuto, anzi di togliere senso e basta, che il carcere rappresenta. La sfida si riassume nella necessità di creare un senso, o più sensi, attraverso la scrittura. La scrittura in generale, e la poesia in particolare, ampliano il luogo stretto con la larghezza dell’immaginazione». Un’immaginazione fervida quella dell’autore, più caparbia di quelle circostanze che – nell’incipit della sua opera – definisce come «di pietra», accompagnate dal tintinnio del tempo e del luogo il quale «aveva una macchia che somiglia a sangue».

Bayrakdar tramite una scrittura onirica e immaginifica parla di occhi che feriscono, di una libertà affranta che piange ogni volta che sente le chiavi ridere nelle serrature, descrive un tempo senza date che rende impossibile anche il minimo gesto e ricorda che «niente è presente qui tranne l’assenza». Assenza, proprio così: concetto centrale che ritorna costantemente in tutta la raccolta. Il poeta siriano descrive la bellezza di un cielo con gli occhi azzurri, un cielo nel quale durante la notte lacrimano stelle. Non ha paura di definirsi con disincanto nudo di buio e nudo di sé, si domanda senza alcun timore «come vedermi se sono sempre con me?», tramite i suoi versi cerca di liberarsi da ciò ciò che gli somiglia e che lo intrappola, senza mai perdere il desiderio di sperare in un domani felice, un desiderio estremamente intenso racchiuso da questi versi: «vorrei ora ridere, ridere, ridere fino alle lacrime». Si rivolge direttamente a chi soffre e a chi si sente prigioniero, ricordando che il mondo è di chi si trova nella condizione di schiavo e di succube degli eventi, facendo riferimento anche a Dio a cui dedica queste parole: «va bene, Dio, bene questa è la Siria ma dove ti inviamo le condoglianze e con quali nuvole piangerai con quali nuvole?».

La sua è una confessione in versi suggellata da tutte le catene con cui ha dovuto convivere, una confessione che diventa poesia di profonda resistenza a cui dedica questi versi: «mi nascondo dentro la poesia e mi cerco fuori anche se a volte ci troviamo. Lei mi invita a letto e accetto. Si spoglia mi spoglio m’indossa e sono nudo». La speranza torna prepotentemente a farsi sentire nel momento in cui afferma con un pizzico di orgoglio e divertimento: «se davvero non possiedo neanche me perché non puntare sull’impossibile?». Immancabile anche una riflessione sul valore del linguaggio, la quale emerge dall’interrogativo: «ma che senso hanno le parole e che senso non hanno?». Un senso di grande profondità grazie a cui coltivare la fiducia nell’avvenire: una fiducia che invita a non scordarsi che anche solo «un uccello basta perché non cada il cielo»,  una fiducia in grado di sussurrare che «la poesia e il cuore bussano, bussano, bussano ancora alle vostre porte chiuse».

Porte chiuse davanti alle quali non desistere, in quanto si può sempre fare anche ciò che si pensava di non riuscire a realizzare. I concetti della morte e della vita vengono messi nero su bianco e affrontati in questa maniera: «che pretende la morte? Per lei ho scritto tanto e vorrei scrivere ora per la vita sua sorella». Faraj ricorda che chi ama canta e non c’è canto che non sia di libertà, una libertà da assaporare appieno e da bere fino in fondo. Una libertà grazie a cui non lasciare mai spazio allo sconforto, anche se le situazioni infelici e avverse inviterebbero a fare ben altro. La malinconia dai tratti schiettamente esistenzialisti permea liriche come: «la vita? Una canto sanguinante. La morte? Un grido soffocato». Vita e morte, morte e vita: questi due aspetti, con cui inevitabilmente bisogna fare i conti, sono posti spesso a confronto da Faraj Bayrakdar che conclude i suoi flussi lirici con una consapevolezza su cui vale la pena soffermarsi attentamente: pur affrontando la strada della propria esistenza fino alla fine, non si giunge mai a un traguardo. Aspetto negativo questo? No, anzi: piuttosto è la dimostrazione che si può andare oltre i limiti, oltre le avversità, oltre le barriere, oltre la brutalità.

Già, oltre: consapevoli che per comprendere davvero il significato dell’esistenza è necessario trarre il meglio da pianti salati e da sorrisi puri, familiarizzando con entrambi gli elementi. Pianti e sorrisi, sofferenza e gioia, scoramento e rivalsa: tasselli di uno stesso mosaico, tasselli i cui lineamenti riflettono la parte più pura dell’animo umano che conserva dentro di sé la capacità di tracciare sentieri di sogni che non è mai troppo tardi percorrere per tornare finalmente a sorridere.

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