Il cambiamento possibile. Perché aderisco a Cagliari Città Capitale

1 Novembre 2015
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Antonello Pabis

Il manifesto sardo intende proporre un confronto aperto sull’operato della giunta Zedda e sulle elezioni di Cagliari nel 2016. Vogliamo favorire uno spazio di dibattito pubblico e plurale con i nostri lettori e le nostre lettrici, invitando ad intervenire non solo i militanti dei soggetti politici della sinistra ma sopratutto le persone impegnate nell’attivismo e nella difesa dei diritti. Pubblichiamo l’intervento di Antonello Pabis, presidente dell’associazione sarda contro l’emarginazione, impegnato nella difesa dei diritti del popolo rom e nella solidarietà internazionale con il Kurdistan (Red).

Vi comunico che ho deciso di aderire e, per quanto possibile, contribuire al laboratorio politico Cagliari Città Capitale. La parola stessa, laboratorio, indica la volontà di mettere in comune il sapere e l’agire dei partecipanti allo studio, alla progettazione e alla costruzione di un’alternativa alla politica esclusiva, di pochi e con benefici per pochi.

Quella politica non può che essere elitaria, perché è animata da interessi particolari, di banche, speculatori, affaristi, amici (e complici) e non, come dovrebbe essere, dai bisogni della persona umana e dagli interessi sociali. Occorre spiegare, testimoniando con la nostra pratica, che politica non è una parolaccia ma che esistono una politica degna e una indegna. E’ degna soltanto quella che nella propria agenda del dire e del fare, si scrive al primo posto dei servizi al cittadino, cominciando non solo a parole dai deboli, e la condivisione di un sistema democratico inclusivo, per una democrazia realmente partecipata.

Il laboratorio propone un modello democratico che condivido e che, respingendo lo stravolgimento della lingua italiana e sarda, tanto di moda nella politica odierna, si può chiamare in tal modo soltanto se consente a tutti di dire la propria, se parte dal basso e si collega e coordina non per livelli sovrapposti ma paralleli e in rete, in modo paritario.

Si tratta dell’esatto contrario di ciò che avviene in Italia, con un presidente del Consiglio dei Ministri mai eletto dai popoli dello Stato italiano, come avviene in Sardegna, amministrata in perfetta sudditanza al Governo italiano e a Cagliari, con un Sindaco più simile ad un capo condomino della media borghesia che ad un delegato del popolo che dovrebbe amministrare avendo a cuore i bisogni popolari. Il partito dominante è quel PD che sta portando alla fascistizzazione dello Stato e che tuttavia sembra attrarre ancora dei rimasugli di discutibile sinistra, nonostante sia ben evidente che l’ordinamento elettorale italiano e regionale sia contenuto in vere e proprie “leggi truffa” (fatte e difese dal PD) che avviliscono il principio della rappresentanza democratica ed escludono le forze politiche minori con sbarramenti da regime.

In opposizione al progressivo degrado degli ultimi barlumi di democrazia, occorre prender le contromisure adeguate Bisogna rioccupare gli spazi da tempo abbandonati dalla sinistra tradizionale, promuovendo lotte per i bisogni elementari, i diritti e la giustizia sociale. Occorre lavorare per unirci ai tantissimi altri luoghi del dissenso (oggi divisi e sparpagliati) in progetti di cooperazione su obiettivi strategici, combattendo il settarismo, l’autoreferenzialità e la tendenza alla divisione.

Oggi, i luoghi nei quali principalmente si costruisce la democrazia sono i centri sociali, i comitati territoriali, le associazioni di base e di auto rappresentazione dei cittadini attivi, alcuni sindacati minori e piccoli partiti politici in via di trasformazione. Casa, lavoro, scuola e conoscenza, ambiente e diritti generali, democrazia e pratiche collettive sono le emergenze di questa città.

Sembra paradossale (ma evidentemente non lo è) che proprio il sindaco Zedda, eletto anche perché cavalcò la parola d’ordine della democrazia partecipativa sia stato il peggiore mortificatore delle richieste d’ascolto dei cittadini, prono alle logiche del PD fino a ridurre al silenzio il suo stesso partito e silente, anche qui forse per ragioni di scuderia, all’oltraggiosa presenza nel porto civile di Cagliari di navi militari e sommergibili da guerra dello Stato terrorista della Turchia e della NATO, pronte a distruggere ancora una volta risorse economiche e ambientali della Sardegna, oltre alla salute di chi ci abita.

Mi dà speranza la consapevolezza che non si pensi alle elezioni come ad un passaggio sicuramente democratico e utile in se. Le elezioni affrontate senza un credibile lavoro di radicamento sociale sono soltanto un scorciatoia perdente di chi si lascia illudere dal sistema della democrazia borghese. Aderisco quindi, non tanto per le elezioni che vanno considerate soltanto un passaggio tattico, quanto per la necessità di lavorare alla ricerca, nel territorio e con la gente, di un’alternativa reale al malessere diffuso attraverso l’esercizio organizzato di forme di lotta idonee e l’eventuale presenza dentro una istituzione pubblica come grimaldello di rappresentanza degli interessi popolari verificati attraverso forme assembleari di discussione e condivisione.

In tal modo ho anche la speranza che quelli della mia generazione accettino di fare un percorso comune, che necessariamente deve essere di revisione di se stessi e non si accontentino di abbandonare illusioni e speranze mal risposte ma si cimentino in un importante lavoro di ricostruzione civile e politica, solidalmente con le generazioni più giovani.

Foto di Patrizia Zuncheddu – Manifestazione in solidarietà al popolo curdo, libanese, palestinese e tutti i popoli del Medio Oriente per salvare Kobanè e fermare l’ISIS.

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