Le nostre prigioni. Storie di dissidenti nelle carceri fasciste

11 Giugno 2021

[Claudio Natoli]

Bisogna essere grati all’ANPPIA, e naturalmente all’autore, per avere promosso questa ricerca e questo incontro.

Possiamo così tornare a riflettere sull’antifascismo, un tema fondante per la storia del nostro paese, e segnatamente dell’Italia repubblicana, ma che, per un complesso di diverse ed anche inopinate cause, rischia di essere rimosso dalla memoria storica collettiva. Ma, si potrebbe aggiungere, questa rimozione ha costituito un aspetto di un fenomeno più generale, che ha investito per vari aspetti anche il movimento della Resistenza. Tutto ciò è stato parte di una  pervasiva e ben poco contrastata campagna politico-mediatica, che, nel corso degli ultimi decenni, ha teso a favorire, attraverso la cancellazione dell’antifascismo e della Resistenza dallo storia d’Italia, un processo di deculturazione politica di massa, un “corto circuito della memoria tra le diverse generazioni, e quindi la costruzione di un nuovo senso comune anti-antifascista, con l’obiettivo di delegittimare per questa via la stessa Costituzione repubblicana.

  Sarebbe interessante riflettere sulle ragioni più profonde del fatto che nel nostro paese si sia potuta svolgere per anni e anni, nell’assenza di una gramsciana battaglia delle idee e sotto i più diversi governi, una martellante campagna mediatica volta a cancellare nella coscienza collettiva il patrimonio di valori legati all’antifascismo e alla Resistenza; e sarebbe interessante chiedersi se tutto ciò non abbia a che vedere anche con una profonda crisi di identità della sinistra italiana, di una profonda frattura tra politica e cultura intervenuta nel suo ambito da più di un ventennio, non meno che con l’illusione di costruire un ipotetico “paese normale” proprio perché privo di memoria e di storia: un paese nel quale, per usare le parole di Leonardo Paggi, sarebbe occorsa la necessità di “dimenticare per essere moderni e per andare più spediti verso il nuovo”.

  Di fronte ai ricorrenti tentativi di manipolazione della storia che hanno coinvolto la comunicazione politica e il sistema mediatico e di fronte alla costrizione a vivere in un “eterno presente” che tutto ciò ha comportato, tanto più emerge oggi la necessità di difendere la storia come disciplina scientifica attraverso ricerche e iniziative culturali capaci di coniugare rigore scientifico e impegno civile, e soprattutto di restituire alla storia e alla cultura umanistica un ruolo centrale nelle formazione delle nuove generazioni. Una conoscenza storica diffusa, a partire dalle scuole e dalle università, costituisce, infatti, il retroterra più favorevole per una società civile più matura e consapevole, per una rinnovata partecipazione alla vita politica: e, nell’Italia di oggi, potrebbe sicuramente contribuire a ridare vitalità a una democrazia in profonda crisi d’identità sulla base della riscoperta dei valori costituzionali, che oggi, di fronte alle catastrofi del mondo contemporaneo generate dal capitalismo neoliberista, appaiono anche più attuali di ieri.

  Ma torniamo al tema dell’antifascismo e al ruolo di tutto rilievo che ad esso spetta nella storia d’Italia. E per prima cosa si può essere pienamente d’accordo con Taurasi quando sottolinea da una parte la specificità e la non riducibilità dell’antifascismo a mero antecedente etico-politico della Resistenza, e dall’altra la necessità di non limitarsi alle sue dimensioni quantitative e di misurarsi piuttosto sul terreno di un’analisi di tipo qualitativo. E’ ben noto come storici anche molto autorevoli, penso a Renzo De Felice, abbiano insistito proprio sull’argomento delle poche migliaia di oppositori politici condannati dal Tribunale Speciale rispetto al complesso della popolazione per dedurne la sostanziale irrilevanza dell’antifascismo nella società italiana nel ventennio e la sua asserita incapacità di incidenza nel rovesciamento del regime fascista. E’ bene precisare che non è qui in discussione il carattere di regime di massa del fascismo italiano: tuttavia, questo fatto dovrebbe essere rapportato ad un’analisi differenziata del grado di adesione dei diversi gruppi sociali nonché delle diverse fasi della storia del regime. Né d’altra parte, può essere dissociato dai meccanismi di costruzione del consenso plebiscitario, e, ancor più. del conformismo e dell’acquiescenza, e cioè dall’enorme apparato di controllo, di repressione e di manipolazione che sosteneva la dittatura, che quanto meno spingeva la maggioranza della popolazione all’acquiescenza e all’adattamento. E’ in questa situazione storicamente determinata che bisogna affrontare la questione di una analisi qualitativa dell’antifascismo.

  A me sembra che rimanga a tutt’oggi del tutto valido il giudizio d’insieme espresso in anni ormai lontani da Simona Colarizi, quando ha scritto che durante il ventennio l’antifascismo si proporrà, malgrado l’enorme asimmetria sul piano dei rapporti di forza, “come momento attivo, dinamico, fattore di storia e protagonista anch’esso di un mondo che non l’ha potuto veramente e materialmente escludere, che non è riuscito a cancellarlo”. Da questo itinerario, emerge il quadro di una minoranza attiva, vitale e in movimento al proprio interno, che, lungi dal rimanere ancorata agli schemi politici e ideologici che si erano espressi nello Stato liberale, “elabora,ricerca e prepara” una “propria identità ideologica nuova, quale poi risulterà all’indomani della liberazione del paese”.

  Non è qui possibile soffermarsi sulle scansioni di questo percorso, che fu attraversato anche da fasi quanto mai difficili e travagliate. Tuttavia, è importante ricordare che il suo elemento fondante sarà l’incontro tra movimento operaio e democrazia e tra democrazia e socialismo. Ciò si sarebbe tradotto, nella seconda metà degli anni ’30, nell’elaborazione di un programma positivo per la rinascita del paese dopo la caduta del fascismo: e cioè nella prospettiva di una democrazia nuova, per usare le parole di Vittorio Foa, di “una democrazia rinnovata, socialmente avanzata e fondata su una genuina partecipazione delle masse popolari”: una democrazia capace di superare i limiti oligarchici e l’estraneità delle classi lavoratrici al vecchio Stato liberale e di recidere le radici politiche e sociali del fascismo.

  Un ruolo insostituibile per la formazione di una nuova cultura politica dell’antifascismo italiano fu svolto dall’apertura all’Europa, attraverso il confronto ravvicinato con le Internazionali operaie e con la realtà dell’URSS, pur con tutti gli aspetti mitici di quegli anni, e ancora con le correnti più vive del socialismo internazionale, da Weimar alla Vienna rossa, dal laburismo inglese al planismo belga: ma anche e soprattutto, dalla partecipazione degli antifascisti italiani alla mobilitazione contro il fascismo e la guerra e ai grandi movimenti antifascisti di massa nella Francia dei fronti popolari e poi nell’impegno militante e nell’azione di solidarietà con la Repubblica spagnola durante la guerra civile. Il complesso di queste esperienze costituirà un laboratorio politico e ideale per una piattaforma largamente condivisa che avrebbe portato, e fu questo un lascito di decisiva importanza per il futuro movimento della Resistenza, una ispirazione unitaria tra le principali forze dell’antifascismo italiano, e cioè tra i comunisti, i socialisti e e Giustizia e Libertà.

  Ed infine, e tocchiamo qui il tema centrale di questo libro, è imprescindibile sottolineare il valore dell’azione illegale promossa direttamente in Italia dei gruppi dirigenti dell’esilio, soprattutto dai comunisti e da Giustizia e libertà, sebbene le reti organizzate dell’antifascismo divenissero nel corso degli anni ’30  sempre più labili a seguito delle migliaia di arresti e della stabilizzazione del fascismo come regime di massa. Tuttavia, questa azione, intrecciandosi con gli echi dell’antifascismo internazionale (determinante per la crescita di una nuova generazione antifascista in Italia fu l’impatto della guerra civile spagnola),  costituì uno stimolo per la riattivazione di nuovi gruppi antifascisti, dei comportamenti di “non conformità” e di opposizione sociale nel paese. Ma soprattutto, la lotta antifascista non si fermò davanti ai cancelli delle carceri: all’opposto, proprio attraverso l’università del carcere e del confino, portò alla formazione di migliaia e migliaia di dirigenti e di quadri che, al momento del crollo del regime, saranno tra i principali organizzatori della Resistenza.

  Ma a questo punto emerge un altro tema storico di centrale rilevanza: e cioè quello dell’incontro tra i dirigenti e i quadri del carcere e del confino, dell’illegalità e dell’esilio, e la nuova generazione antifascista che si andrà formando a partire dalla seconda metà degli anni ’30 direttamente nel paese. E’ bene precisare che questa generazione avrebbe seguito un percorso che fino al 1942 si sarebbe svolto in gran parte non già all’interno di un legame diretto con le forze dell’antifascismo storico, quanto piuttosto nel vivo dell’incipiente disgregazione delle basi di massa del regime già al tramonto degli anni ’30, e, ancor più, con  la disastrosa conduzione della guerra o sotto l’impatto della catastrofe nazionale dell’8 settembre 1943. Per tutta una prima fase, questo processo non maturò nell’area dei gruppi dell’opposizione organizzata, Giaime Pintor parlò di “una generazione senza maestri”, bensì nell’esperienza quotidiana, nel rifiuto dell’omologazione totalitaria, nella ricerca di spazi di libertà e di autodeterminazione dei giovani in ambiti ristretti da parte di individui e di gruppi, o anche in comportamenti conflittuali che si manifestarono nella “zona grigia” ai margini della legalità fascista. Anche qui l’incontro con l’antifascismo politico non sarà predeterminato, ma assai più spesso sarà il punto di arrivo, la risultante di un complesso e molecolare processo storico. Il fatto che in Italia, a differenza che nella Germania nazista, questo incontro si sia realizzato è tuttavia un’ulteriore riprova del posto che spetta all’antifascismo nella nostra storia nazionale. Senza l’incontro tra queste due diverse generazioni la Resistenza italiana non avrebbe potuto sviluppare i suoi tratti più originali, e cioè il suo carattere di movimento popolare di massa, i suoi contenuti di partecipazione dal basso e di profondo rinnovamento politico e sociale che ne fecero uno dei fattori determinanti della rinascita democratica e civile del paese.

  Possiamo ora tornare a un protagonista determinante di questo incontro, e cioè all’antifascismo del carcere, che è il tema centrale del libro di cui in questa se3de si discute. Anzitutto è bene rilevare che siamo in presenza di un’indagine a tutto campo, che non solo ripercorre la vasta letteratura sul carcere attraverso le fonti, i diari, le lettere e le memorie già edite, ma si avvale anche di una ricerca originale presso l’Archivio Centrale dello Stato, sulla base di una scelta di un campione qualitativo dei fascicoli del casellario Politico Centrale e del Ministero di Grazia e Giustizia relativo a un centinaio di detenute e di detenuti politici celebri, ma anche meno noti. Il pregio di questa documentazione è non solo la possibilità di seguire la vita quotidiana degli oppositori dall’arresto alla condanna e all’espiazione della pena, con notizie preziose sulla loro condizione, sulle loro letture, sulle istanze inviate alle autorità competenti, sui rapporti con i familiari, ma anche di offrire uno spaccato sul funzionamento degli apparati preposti alla sorveglianza e alla repressione dei “sovversivi”, nonché sulla prassi amministrativa e burocratica che regolava i meccanismi della detenzione, e che sempre più allargava la propria orbita anche al di là della scadenza dei termini stessi della pena, con l’invio discrezionale al confino e la libertà vigilata. Questa documentazione costituisce la più eclatante smentita di quella rappresentazione del regime fascista, cara alla pubblicistica “revisionistica” e a un tenace “senso comune” oggi paradossalmente, ma non tanto, più vivo di ieri, come una dittatura mite e anche caritatevole verso il popolo italiano che solo nella fase più tarda sarebbe caduta negli “errori” delle leggi antiebraiche e dell’alleanza con la Germania nazista, quasi che Hitler non avesse considerato Mussolini il suo più grande maestro: e quasi che negli anni ’30 non vi sia stata una continua interazione tra i due regimi, sfociata nella collaborazione all’occupazione nazifascista dell’Europa, con tutto il carico di tragedie e di corresponsabilità che ne sarebbe derivato. E ancora, quasi che il nazionalismo, il bellicismo e il razzismo non fossero elementi genetici del fascismo italiano e del suo modello di società, fondato sulla divisione della popolazione tra una parte più o meno omologata o asservita, ammessa a condividere diritti e privilegi elargiti dal regime, e un’altra bollata come “estranea alla Nazione”, e in quanto tale discriminata, privata di diritti ed esposta alla discrezionalità e all’arbitrio senza limiti da parte dello Stato: pensiamo agli oppositori politici, alle minoranze nazionali, come quelle di lingua tedesca o agli slavi, ai sudditi delle colonie, ai Sinti e Rom, ai testimoni di Geova, agli omosessuali, e naturalmente, dal 1938, agli ebrei.

  Su di un altro versante, dall’intreccio tra la documentazione degli apparati statali con le memorie, i diari e le lettere inviate ai familiari, emerge in piena luce, come scrive Taurasi, una pagina di quell’altra Italia che il regime cercò con ogni mezzo di escludere e di soffocare. Aggiunge l’autore che essa costituisce, per il fatto stesso di essere stata scritta, “la dimostrazione fattuale di come sia falso che tutti si siano piegati senza ribellarsi alla dittatura, come qualcuno vuole far intendere, con l’obiettivo implicito di assolvere in questo modo il regime”. Va sottolineata in questo contesto l’attenzione dedicata, con una suddivisione tematica dei singoli capitoli, alle esperienze e alla percezione soggettiva dei militanti incarcerati. Ciò che ne deriva è l’esempio di dignità, di coerenza e di sacrificio che questi percorsi di vita rappresentano, anche di fronte alla drammatica realtà delle vite e degli affetti spezzati, alle brutalità degli interrogatori, alla abnormità delle condanne, all’isolamento e alle punizioni, alla censura epistolare, alle condizioni opprimenti delle visite, alla sorte non di rado dolorosa dei familiari e dei figli, alla fame, al freddo e alle sofferenze legate alle malattie e alle precarie condizioni sanitarie, fino alla morte in carcere che non risparmiava i detenuti.

 E tuttavia, per la grande maggioranza di loro, l’esperienza del carcere fu vissuta non già come una condizione umiliante e degradante, bensì come un’occasione di crescita politica, personale e umana. Da questo punto di vista i collettivi organizzati dal partito comunista nei cameroni riservati ai detenuti politici (a cui forse si sarebbe potuto dedicare un  maggiore spazio in questo volume) costituirono un’esperienza determinante. Qui si sperimentò, in forme strettamente cospirative, una straordinaria attività di studio e di discussione su testi di storia, di filosofia, di economia, di lingue straniere e persino di testi marxisti acquistati dagli stessi detenuti e sfuggiti alle maglie della censura, ma anche volumi ingegnosamente camuffati introdotti nelle biblioteche delle carceri o nascosti in anfratti predisposti nei cameroni. Si trattò di una grande opera di alfabetizzazione e di acculturazione politica per i detenuti politici, che in grande maggioranza erano operai, mezzadri, braccianti e artigiani e non  disponevano all’origine che di livelli più che elementari di istruzione (e qui si può intravedere l’indice di una opposizione o quanto meno di una “alterità” al fascismo di una parte almeno delle classi popolari, che attraversò come un fiume carsico gli anni del regime). D’altra parte, l’organizzazione interna del collettivo, fondata sulla coesione e sulla comune redistribuzione delle risorse disponibili (a cominciare dai preziosi pacchi e aiuti inviati dai familiari) costituivano una lezione di solidarietà, di uguaglianza e di educazione ad un costume comunista destinata a lasciare una impronta indelebile in coloro che vissero quella esperienza: e questo a cominciare dai giovani di estrazione intellettuale, che nella pratica quotidiana per la prima volta dietro le sbarre sperimentarono la rottura delle barriere di ceto e di classe e la scoperta di una “nuova umanità”: un fenomeno che si sarebbe riprodotto su scala ben più allargata negli anni della Resistenza. E’ questo un capitolo, ricchissimo di risvolti umani, di quella che, parafrasando il titolo di un’opera divenuta “classica” sulla Resistenza, si potrebbe definire la “moralità” dell’antifascismo.

  Prima di concludere, vorrei almeno accennare, tra le molte altre di cui si potrebbe parlare, ad un’ultima questione che sarebbe opportuno si affermasse nelle future ricerche: e cioè l’impatto delle vicende carcerarie sulla vita e sui comportamenti dei familiari, nonché il ruolo di assoluto rilievo che essi svolsero nel sostegno  affettivo, morale e materiale dei militanti antifascisti, con particolare riferimento alle figure femminili: pensiamo alla figura straordinaria di Tania Schucht nella lotta per la vita di Gramsci. Senza questo sostegno, che si esplicò in un cammino irto di mille ansie, difficoltà e privazioni di carattere personale, materiale, relazionale, la resistenza morale e la stessa integrità psico-fisica dei detenuti sarebbero difficilmente immaginabili. Cosicché, ad un’attenta analisi delle fonti, ove disponibili, le singole vicende carcerarie perdono il loro carattere individuale, per divenire parte di una più vasta “storia corale” nella società italiana durante il fascismo.

Questo scritto riprende il testo di un intervento nel corso della presentazione del libro di Giovanni Taurasi, Le nostre prigioni. Storie di dissidenti nelle carceri fasciste, Roma, Edizioni ANPPIA, 2020, organizzata dall’ANPPIA (Roma, 3 maggio 2012).  

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