Legambiente: “Per Cala Finanza si rispettino le norme urbanistiche regionali e la disciplina del Piano Paesaggistico”
13 Giugno 2026
[red]
Nel 2006 la Sardegna è stata la prima Regione italiana ad approvare un Piano Paesaggistico ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Divenuto esecutivo nel settembre 2006, il PPR ha definito il paesaggio come la principale risorsa identitaria della Sardegna e rappresenta, da vent’anni, lo strumento cardine del governo pubblico del territorio, proponendosi di tutelare il paesaggio con la duplice finalità di conservarne gli elementi di qualità e di testimonianza e di promuovere il suo miglioramento attraverso restauri, riorganizzazioni, ristrutturazioni anche profonde là dove appare degradato e compromesso.
Il processo di redazione del Piano, non semplice né scontato, ha rappresentato un momento di svolta per la Sardegna e per la pianificazione italiana.
Si è affermata l’irriducibilità del principio di conservazione a singole componenti del patrimonio naturale o culturale staccate dal contesto, perseguendo invece una riqualificazione integrata e integrale del territorio che tenesse insieme gli insediamenti urbani, agricoli, produttivi, turistici per restituire la qualità paesaggistica intaccata da una espansione solo quantitativa.
Si è riconosciuta la relazione inscindibile tra aree costiere e rurali, alla base di un ripensamento sulle potenzialità e i rischi a cui sono esposti quei territori che hanno relazioni visive o fisiche con il mare.
Si è sancita la necessità e l’urgenza di salvaguardare l’intatto sulla fascia costiera, bene comune da sottrarre alle spinte trasformatrici già responsabili della diffusa e spesso irreversibile manomissione dei nostri litorali, in linea con il divieto di edificazione nella fascia dei 300 metri dalla battigia introdotto nel 1993 dalla Legge urbanistica sarda n.45 grazie anche all’impegno della Legambiente e delle altre associazioni ambientaliste.
Di quella lungimirante visione che collega la norma dell’89 al Piano Paesaggistico si sono visti gli effetti negli anni a seguire, quando il progressivo – seppur tuttora non completo – adeguamento dei Piani Urbanistici Comunali al PPR ha chiuso una lunga fase di governo dei territori portato avanti a suon di varianti su strumenti urbanistici obsoleti, del tutto inadeguati a conformare i processi di sviluppo locale ai nuovi obiettivi di sostenibilità condivisi a livello globale.
Il Comune di Loiri Porto San Paolo ha completato l’adeguamento del proprio PUC al PPR alla fine del 2021 compiendo scelte non banali, come la riduzione di alcune aree di espansione e la previsione di una parte soltanto delle volumetrie ammesse dalle norme sul dimensionamento, e altre più facili, come l’inserimento di Cala Finanza e Punta La Greca nella Zona H di “Salvaguardia” e nella sottozona H2 di “Pregio paesaggistico”. Perché è proprio di questo che si tratta: di uno di quei lembi del territorio costiero isolano scampati al processo di “cinturazione” del litorale da parte delle costruzioni, dove è riconoscibile la fisionomia originaria e sono ancora vive e dinamiche le connessioni ecologiche di ecosistemi che oggi sappiamo essere fin troppo fragili.
Proprio qui, in contrasto con l’assetto disegnato dal PUC e con quel processo culturale che dalle norme degli anni ’80 in poi ha cambiato radicalmente il nostro modo di guardare al territorio e al paesaggio costieri, una proposta di variante che trasformerebbe la Zona H in Zona F “Turistica” – e consentirebbe il cambio di destinazione d’uso da residenziale a turistico degli edifici esistenti, oltre alla realizzazione di 7 (+2) moduli a uso glamping pied dans l’eau – arriva tramite la Zona Economica Speciale, nata per facilitare lo sviluppo d’impresa nel Mezzogiorno d’Italia. La ZES prevede un’autorizzazione unica che “sostituisce tutti i titoli abilitativi e autorizzatori necessari alla localizzazione, all’insediamento, alla realizzazione, alla messa in esercizio, alla trasformazione, alla ristrutturazione, alla riconversione, all’ampliamento o al trasferimento nonché alla cessazione o alla riattivazione delle attività economiche, industriali, produttive e logistiche”.
Tutto a posto sul fronte della semplificazione procedurale; meno, molto meno, sulla linearità e coerenza nel merito delle decisioni.
Su Cala Finanza, i principali soggetti con competenze ambientali e paesaggistiche, la Regione in primis e l’area tecnica del Comune compresa, hanno espresso parere negativo: la proposta non è conforme alla disciplina, non a quella della L.R. n. 45/1989, non a quella del PPR.
Eppure la Struttura di Missione della ZES, operativa presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha autorizzato la variante e gli interventi con un’interpretazione derogatoria dell’autorizzazione stessa che appare priva di adeguato fondamento giuridico alla luce della normativa vigente e dei pareri espressi.
Succede così che con un tiro a sponda ben dato, da Roma fa buca a Porto San Paolo una decisione con impatti potenzialmente molto rilevanti sul piano paesaggistico e territoriale. Questa decisione ci riporta indietro di decenni, del tutto incurante del lungo e sofferto percorso fatto dalla Sardegna tutta per riconoscersi nei paesaggi costieri, comprenderne le fragilità e accettare i limiti imposti dalla salvaguardia arrivando all’efficace sistema di tutele su cui si basa la robusta opposizione della Regione all’autorizzazione ZES che Legambiente condivide e sostiene.
A fare da sponda, non solo la Struttura ZES, ma anche l’espressione del Consiglio Comunale che affianca al parere tecnico negativo l’orientamento politico ad accogliere la variante urbanistica, seppur con i limiti di una Zona F2 (che interviene sull’esistente) e respingendo le possibilità edificatorie offerte dalla richiesta F4. Una scelta operata nell’ambito delle legittime competenze della politica locale, ma anche un segnale di apertura verso un vecchio modo di intendere lo sviluppo della Sardegna.
Se poi si allarga lo sguardo intorno a Cala Finanza e al progetto di glamping affacciato su Tavolara emergono ulteriori elementi di preoccupazione. La proponente Tavolara Bay ha acquistato le aree che dall’abitato di Porto San Paolo ricomprendono anche la parte più interna della profonda insenatura; da qualche anno, secondo quanto riportato da media e materiali divulgativi, e prima di qualsiasi procedura autorizzativa che a tutt’oggi non risulta avviata, la Società pubblicizza il master plan per la realizzazione, entro il 2028, di un articolato resort extralusso: sono descritti, a seconda delle fonti, un hotel di alta gamma, ville con piscina, ristoranti e centro commerciale, beach club e porto turistico, spiagge “private”.
Ora, in una fase in cui gli effetti del Piano Paesaggistico non si sono ancora dispiegati del tutto perché le politiche programmatorie del territorio lavorano sulla lunga durata, in cui la Regione Sardegna chiama a raccolta la comunità per una riflessione collegiale sull’eredità preziosa del Piano in vista del suo aggiornamento e della sua auspicata estensione alle aree interne, la proposta di Cala Finanza e le anticipazioni progettuali relative al resort di Porto San Paolo rappresentano, secondo Legambiente, un elemento cui prestare estrema attenzione.
A unire i puntini, infatti, riaffiora esattamente quel modello di turismo che, come registrano numerose analisi di settore, contribuisce allo spopolamento dei centri abitati e al consumo di suolo, sconnesso dalle relazioni ecologiche e umane, indifferente alle evidenze e agli effetti della crisi climatica che, definitivamente col PPR, la Sardegna aveva scelto di lasciarsi alle spalle.
“In un momento in cui le sfide ambientali, sociali ed economiche sono sempre più complesse e interrelate dobbiamo difendere con orgoglio, a tutti i livelli, le scelte pianificatorie che ci consentiranno di consegnare alle future generazioni territori integri, ecosistemi vitali, paesaggi dall’alto valore testimoniale – affermano Stefano Ciafani, presidente di Legambiente e Marta Battaglia, presidente regionale dell’associazione -. Richiamiamo tutte le istituzioni a un grande senso di responsabilità e al rispetto di quella traiettoria tracciata con le norme urbanistiche regionali e il PPR, consolidata con le Strategie regionali per lo sviluppo sostenibile e per l’adattamento ai cambiamenti climatici che punta alla tutela del bene comune e che, indubbiamente, non passa per l’artificializzazione e la privatizzazione di fatto di ulteriori tratti della fascia costiera”.







