Turchia e dintorni. La crisi economica turca: ieri, oggi e domani

1 dicembre 2018
[Emanuela Locci]

Per buona parte dell’anno che sta per chiudersi, siamo stati inondati di notizie riguardanti la situazione economica turca, considerata dai più sull’orlo del collasso, con tutte le implicazioni che questo avrebbe significato, sia per la Turchia, sia per il sistema economico internazionale, viste le interrelazioni che legano le numerose economie nazionali. Ma che cosa è accaduto esattamente? Tutto è iniziato (a livello internazionale, infatti, a livello interno la situazione era già precaria di suo, da tempo) con un tweet lanciato dal Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump che diceva: “Ho appena autorizzato il raddoppio delle tariffe doganali su acciaio e alluminio nei confronti della Turchia, poiché la sua valuta, la lira turca, si sta rapidamente deprezzando contro il nostro forte dollaro”. 20% di dazi sull’alluminio e 50% sull’acciaio e la moneta nazionale turca in un tempo brevissimo ha perso quasi il 14% del suo valore. In tutto questo marasma iniziale la Borsa di Istanbul ha chiuso in forte ribasso. Il forte ribasso della lira ha immediatamente generato delle conseguenze, anche molto pesanti sui consumatori e sui risparmiatori. I generi di prima necessità made in Turchia hanno subito dei forti rialzi di prezzo. Come contropartita il governo ha deciso di avviare una campagna di incoraggiamento all’acquisto dei prodotti locali, a detrimento dei prodotti esteri, ciò soprattutto in riferimento ai prodotti elettronici.
Il tweet americano ha funto da detonatore di una crisi economica che ad onore del vero era già presente da diverso tempo e che attanagliava pesantemente il sistema finanziario turco. Da una rapida ricerca emergono quali siano i problemi strutturali dell’economia turca: per iniziare vi è un problema legato agli investimenti, molti operatori finanziari sono persuasi che le società turche che si sono esposte nel boom edilizio non riusciranno a restituire i loro debiti bancari. La situazione delle società è ancora più insicura a causa della debolezza della moneta nazionale, per cui l’ammontare dei debiti è gravato anche dalla persistente perdita di potere della lira. Inoltre bisogna rilevare che la Turchia è fortemente dipendente dai capitali stranieri che erano molto disponibili nel corso del decennio appena trascorso, ma che oggi come oggi non sono più convenienti, proprio a causa della riduzione del valore della lira. In passato si è spesso parlato negli ambienti finanziari del “miracolo economico turco” in cui molte aziende straniere avevano investito. Tutto ciò oggi sembra un lontano ricordo. Il governo turco per agevolare la crescita economica ha fatto ampio ricorso al credito bancario, ma questo ha creato uno squilibrio tra credito e Prodotto Interno Lordo, che ha a sua volta determinato una probabile crisi bancaria, che tiene con il fiato sospeso risparmiatori e investitori.
A queste problematiche si aggiungono quelle derivate dagli alti tassi dell’inflazione e della disoccupazione. A ciò si deve aggiungere che la Turchia si è esposta anche in investimenti esteri, specialmente in Africa. Tali investimenti infrastrutturali avevano lo scopo di rafforzare la presenza turca nel continente, in modo da permettere alla Turchia di giocare un ruolo di primaria importanza nello scacchiere mediterraneo e più in generale internazionale. Il problema nasce dal dubbio che questo sforzo economico non possa essere sostenuto dal fragile sistema economico-finanziario del paese. Il fallimento estero sarebbe un boomerang che avrebbe ripercussioni molto importanti e gravi a livello interno, che potrebbero mettere in seria difficoltà il governo del partito al potere. A queste pesanti incertezze economiche se ne affiancano altre di ordine socio politico. Infatti, nonostante il governo dimostri di essere saldamente al potere, non rassicurano le posizioni governative in materia economica. In questo caso la politica del presidente Erdoğan è molto volatile e imprevedibile. I suoi appelli politico-religiosi, quali “Se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro Dio”, hanno provocato un senso di incertezza ancora maggiore.
La crisi economica turca, ovviamente non può essere considerata solo un affare interno alla Turchia, perché essa può produrre delle conseguenze anche all’estero. A tale proposito la Banca Centrale Europea ha manifestato le sue apprensioni per la condizione della Turchia, in particolare ha indicato alcune criticità a proposito dell’esposizione di alcune banche italiane, francesi e spagnole che potrebbero correre dei seri rischi se l’economia turca implodesse. Invece le agenzie di rating, che hanno lo scopo precipuo di valutare la solidità e la solvibilità di una società emittente titoli sul mercato finanziario, stanno ventilando l’ipotesi che a breve l’economia turca possa entrare in una fase di recessione.
Alla fase di crisi estiva è susseguita una fase di allentamento della tensione, ciò anche grazie al riavvicinamento con gli USA, avvenuto anche grazie a recentissimi avvenimenti legati alla scomparsa del giornalista saudita Khashoggi. Il riavvicinamento tra i due Stati ha rassicurato i mercati e la situazione sembra tornata sotto controllo, permangono però le debolezze strutturali dell’economia, con cui il governo turco, sarò chiamato alla fine a fare i conti.

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