Tutto scorre

16 Maggio 2019

Vittime di mafia, di Gaetano Porcasi

[Gianni Loy]

Tutto scorre. L’acqua che osserviamo scendere a valle lungo gli argini del fiume non è mai la stessa. Così il corteo, la celebrazione, il concerto del 1° maggio. Durante gli anni ha mutato fisionomia, a seconda del contesto, sino diventare, in Italia dal 1990, il “concertone” di Piazza del Popolo. Festa, in principio, per celebrare la prima legge dell’Illinois che, nel 1867, ha riconosciuto le otto, ore. Protesta, negli anni seguenti, per chiedere l’estensione di quella legge. Poi ancora scioperi, manifestazioni, repressione e lavoratori condannati a morte. Anche in Italia, tra festa e lutti, come nel 1947, quando il ritorno della festa dei lavoratori al 1° maggio, dopo l’intervallo del fascismo, coincise con l’eccidio di Portella della Ginestra: 14 lavoratori uccisi mentre manifestavano. Ora il concerto. E sia!

Quella storia, che è, prima di tutto, storia di persone, di lavoratori e di lavoratrici, continua a scivolare lungo il fiume, non possiamo né fermarla né dimenticarla, perché il passato non passa. Ma neppure possiamo invocarlo uguale e ripetitivo. Altre forme ed altri modi si impongono oggi. Anche al sindacato, anche ai lavoratori.

Il bisogno di unità, ad esempio, che già spinse le principali correnti sindacali a provarci, al principio degli anni 70. Alcune categorie, come i metalmeccanici, l’avevano raggiunta. In Sardegna i metalmeccanici manifestavano già sotto un’unica bandiera: FLM. Ma il sistema dei partiti, il contesto internazionale, si era ancora in piena guerra, anche piccole miserie personali, se si vuole, fecero naufragare quel sogno di lavoratori che scoprivano che la loro condizione prevalente era quella di essere lavoratori subordinati ad un unico padrone, prima ancora che democristiani e comunisti…

Quel contesto, quei partiti non ci son più, il muro di Berlino è venuto giù, altra acqua scorre sui fiumi della società d’oggi. E’ cambiato anche il sistema produttivo, i rapporti di lavoro; sono cambiate le persone, il sistema dei partiti, son cambiati i linguaggi. Rimane, e si aggrava, fuori dal contesto ideologico del passato, la divisione tra sfruttatori e sfruttati. I nuovi proletari, sono ai margini del sistema produttivo, precari, nuovamente esposti al rischio, a tutti i rischi, economici e fisici, in una paradossale corsa “a cottimo”. E non sono sindacalizzati.

Ma non è modernità. C’è una impressionante similitudine con il sindacato delle origini, quando erano masse di disoccupati, di precari ad incominciare ad organizzarsi nel territorio ed a lottare, magari non nei confronti di un padrone, che ancora non avevano, ma nei confronti di uno Stato chiamato a prendersi la responsabilità di organizzare la società in termini di giustizia sociale e di uguaglianza, lo Stato sociale.

Le prime manifestazioni dei “corridori” che sollevano il proprio mezzo, invocando quella stessa “sicurezza” che ha ispirato la nascita del diritto del lavoro, ci somiglia. E non sono solo i riders. Nuove, frammentate figure professionali della gig economy, accomunate dalla flessibilità, dalla sotto-retribuzione, caratterizzate dall’accollarsi il rischio che ogni manuale d’economia continua a ripetere che dovrebbe assumerse l’impresa, e non il lavoratore. Finti imprenditori.

Nei giorni scorsi, il segretario generale della CGIL, Landini, ha improvvisamente rilanciato il tema dell’Unità sindacale. Qualcuno l’ha interpretata quale necessità fisiologica di un sindacato in calo di adesioni. Se così fosse, difficilmente il processo andrà avanti. I limiti intrinseci che spingono all’autoconservazione di qualsiasi organizzazione, sindacato compreso, sono innegabili e pericolosi. Ma esistono due elementi, nella proposta di Landini, che potrebbero andare oltre il disegno di mera riorganizzazione interna del sindacato finalizzata alla sopravvivenza. Il primo è l’apertura al mondo dei nuovi lavori, che il sindacato, sinora, non è riuscito ad incontrare perché non facilmente inquadrabile negli schemi tradizionali di un sindacato che si è forgiato assecondando il sistema di organizzazione del lavoro del novecento. Se così fosse, non dovrebbe trattarsi di una semplice trasformazione burocratica di organizzazioni preesistenti, bensì della costruzione di un nuovo sindacato. Tutta da sperimentare, da ripensare, a partire dalle caratteristiche del nuovo assetto sociale, di un mutato clima culturale, di una diversa organizzazione del lavoro.

Il secondo elemento, coerente con il primo, è quello di un processo che non può che provenire dalla base, ma direi piuttosto dal basso, dal territorio, non solo dalle organizzazioni decentrate del “vecchio” sindacato. Perché solo un processo ri-costitutivo di tal fatta può aprirsi a quel mondo dei nuovi lavori che, per un verso, è quello che più di tutti, ha necessità di tutele e che, allo stesso tempo, per evidenti motivi, è il più difficile da organizzare. Senza dimenticare né le categorie tradizionali che, lentamente ma inesorabilmente, hanno visto peggiorare le proprie condizioni, né coloro che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro.

Se ”dal basso” non significa semplicemente dalle strutture decentrate del sindacato, ma anche dai bisogni del territorio, la Sardegna, che aggiunge, accanto ai caratteri comuni della globalizzazione anche significative e proprie peculiarità, potrebbe incominciare a ragionare di un sindacato unitario ispirato a questi valori; ad un sindacato unico ed autonomo. O no?

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