Turchia e dintorni. Abdülhamid II, il sultano califfo

1 Aprile 2019
[Emanuela Locci]

In questo nuovo appuntamento della rubrica Turchia e dintorni, mentre attendiamo di conoscere il risultato delle elezioni in Turchia, che potrebbero decretare una nuova vittoria per il partito del nuovo sultano della Turchia, abbiamo l’occasione di approfondire la conoscenza di una delle figure storiche più controverse della storia recente della Turchia, infatti andiamo a conoscere uno degli ultimi sultani, dopo di lui Mehmet V, Mehmet VI, e Abdülmecid II (che non fu sultano ma solo califfo), che hanno regnato sull’immenso Impero Ottomano: Abdülhamid II. Nato nel 1842 dal sultano Abdülmecid e da Tirimujgan una che era di origine circassa e che morì giovanissima di tubercolosi, lasciando il piccolo Abdülhamid alle cure di un’altra moglie del sultano, Perestou Cadine.
Considerato dalla storiografia, sopratutto quella di stampo occidentale, un sultano sanguinario e tirannico, solo da circa cinquanta anni la sua immagine è stata sottoposta ad una revisione storica. Il risultato di queste nuove ricerche furono interessanti, quanto inattese. In realtà Abdülhamid non era affatto un conservatore ma anzi promosse delle riforme che proseguirono sul filone delle Tanzimat (1839). Egli era un modernizzatore ma non lo era in chiave occidentale, infatti riteneva che l’Impero potesse modernizzarsi dal proprio interno, senza dover attingere dall’Europa. A circa 25 anni fece un viaggio in Europa, accompagnando lo zio, Abdülaziz che era il primo e l’unico sultano che faceva un viaggio fuori dai confini dell’Impero. Il giovane Abdülhamid si rese immediatamente conto delle differenze tecniche e tecnologiche che esistevano tra Europa e Impero. I primi anni del suo regno furono caratterizzati da un incessante lavoro di centralizzazione e modernizzazione amministrativa dell’apparato imperiale. La situazione era molto difficile, il sultano era quasi uno sconosciuto per la sua stessa popolazione, le condizioni economiche dell’Impero erano precarie, l’opinione pubblica occidentale era ostile.
Ad un iniziale tentativo di modernizzazione filo occidentale, che vide ad esempio la concessione della costituzione che era stata ideata durante il regno di Abdülaziz ma che poi era stata promulgata tre mesi dopo l’ascesa al potere di Abdülhamid II, seguì un repentino cambio di rotta nel momento in cui alcune parti territoriali dell’Impero finirono sotto le mire di stati europei che agivano per allargare la propria influenza e potere internazionale a danno degli ottomani. Conscio delle pressioni esterne che potevano danneggiare l’Impero, già da più parti considerato “malato”, il sultano decise di praticare un’inversione di linea politica adottando una svolta islamista che andò poi di pari passo con un incremento dell’autoritarismo sultanale. In breve tempo sospese le attività del parlamento e avviò anche la sospensione della costituzione che era stata concessa nel 1876. Quando si parla di svolta islamista ovviamente dobbiamo considerarla solo da un punto di vista di opportunità politica: la religione, che da sempre è stata una forza aggregante, viene utilizzata per il raggiungimento degli obiettivi del sultano, cioè interrompere il declino dell’Impero, attraverso un controllo diretto dello stato. Per fare ciò era anche necessario frenare quella che pareva un’inarrestabile influenza di paesi quali Francia e Regno Unito. Anche la caratteristica politica hamidiana conosciuta come fortemente autoritaria aveva la stessa funzione, il ristabilimento degli equilibri di potere, che secondo il pensiero di Abdülhamid avrebbero potuto salvare l’Impero. Il sultano aveva compreso che era necessario radunare tutti i suoi sudditi sotto la bandiera dell’identità religiosa, in modo da favorire una identità politica islamica, questa linea di condotta politica doveva avere il solo scopo di rafforzare la figura del sultano. L’Islam aveva il difficile compito di diffondere il consenso attorno al sovrano. Questa sua visione della religione fu rafforzata dai rapporti che lo stato intrattenne con le principali confraternite sufi, in particolar modo la Naksibendi, che operò costruendo un’identità che aveva come base la religione. La confraternita inoltre aveva la capacità di operare nella società, impedendo che la cultura ottomana potesse essere inquinata da elementi ideologici occidentali.
Questo in breve il rapporto che il sultano ebbe con il potere religioso, che vedeva quest’ultimo funzionale ai progetti politici statali e sultanali. Si dice che la storia si ripete, cambiano solo i protagonisti ma le dinamiche rimangono inesorabilmente le medesime: ieri come oggi, sultano dopo sultano.

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